Non ci sarà da commemorare solo “un secolo dalla rivoluzione d’ottobre”. Anche il quarantennio dalla cacciata di Lama dall’Università (febbraio 1977) ha riaperto la questione del ’77. Secondo me ci fu il Sessantotto o “della speranza” e dell’entusiasmo, e, poi, il Settantasette “tragico” e della rabbia.
Il tragico e la rabbia si ripresentano, ma è del tutto diverso il contesto: i giovani del ’77 erano i delusi dalla nostra incapacità di capire che bisognava davvero fare l’amore e non la guerra, quelli di oggi sono ancora figli e nipoti nostri,  a cui non abbiamo trasmesso il valore della politica e la cultura civile.
Giova a noi porre i problemi. Sì, nel ’77 non credevamo che la richiesta di “più sinistra” avrebbe portato alle Brigate Rosse e nemmeno che si dovesse accettare la repressione senza prima difendere la libertà di tutti anche dei “compagni che sbagliano”, nonostante che chi era contro le “leggi Kossiga” fosse convinto che non si doveva transigere su Moro, proprio perché temeva che il problema fosse ben più grave della deriva sciagurata di alcuni “fondamentalisti di classe” che avevano ucciso Guido Rossa, l’operaio che in fabbrica capiva che aria tirava. Poi la violenza divenne ambigua: non si saprà mai chi teneva alcune fila, ma tra attentati di destra, di sinistra e di governo, furono uccise troppe vittime. Ma non è possibile il confronto con il 2017. Oggi gli studenti bolognesi – che hanno il raro beneficio di avere la biblioteca di Lettere aperta fino a mezzanotte e non si opponevano alla funzionalità dei tornelli all’ingresso per evitare che entrassero anche i vagabondi con i cani – hanno dovuto raccogliere firme e offrirsi di andare a rimettere ordine dopo le devastazioni dei “collettivi” e dei “centri sociali” che avevano divelto ostacoli, impaurito le bibliotecari e devastato l’ambiente. Una biblioteca.
In nome di quale, sia pur sciagurata, ideologia? di quale “idea”?

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