Settant’anni fa un soldato che eseguiva ordini portò a destinazione la prima “Atomica” (a cui il patriota aveva dato il nome della sua mamma). Fare memoria ha senso relativo se non si ha senso della storia: la “bomba” sarebbe piaciuta ai re di Babilonia, a Davide, a Serse, ai Crociati. Se non gli fosse piaciuta, sarebbe stato solo perché i vecchi l’avrebbero ritenuta un’arma sleale, senza l’onore del sangue. Ma con la lealtà non si fanno 60.000 morti (più le decine di migliaia in conseguenza delle radiazioni) in un colpo solo. Così, dal 1945 crebbe nel mondo la paura della distruzione apocalittica e due Grandi Potenze accumularono arsenali nucleari; sfuggiva che la grandezza del potere poteva essere la lotta contro la miseria e la fame con gli stessi costi. Poi venne il nucleare miniaturizzato che tutti possono avere, anche le mafie, e il vantaggio di produrre danni limitati. D’altra parte gli armamenti convenzionali hanno avuto nel tempo tali avanzamenti tecnologici da lasciar capire che, quanto più avanziamo negli anni (l’età della storia è quella reale di noi esseri umani, anche bambini), tanto più la guerra si rivela stupida. Però deve continuare a “piacere” molto, se oggi – dall’intolleranza dell’immigrazione all’Isis – la si prevede senza batter ciglio. A Hiroshima ormai la vita si è normalizzata e i bisnonni ultrasettantenni non raccontano più, ovviamente. Al Museo vanno i turisti. Vedono la lastra di pietra con l’ombra di quella che era una persona viva, “scomparsa” di colpo senza lasciare né un bottone dell’abito né una ciocca di capelli, un osso, un brandello di sé: il reperto dell’ombra è il più inquietante. Lo senti simbolico.

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