mi è stato chiesto di mettere nel blog alcuni contributi sul referendum: questo è il più vecchio

A PROPOSITO DELLE RIFORME ROCCA 2 gennaio 2016

Giancarla Codrignani

Ho letto con interesse gli interventi di Anna Finocchiaro e di Raniero La Valle sulle riforme istituzionali. Vorrei non tanto dire la mia, ma precisare alcuni dati che non mi sembrano forniti ai lettori.
Anch’io, come Raniero, sono stata parlamentare, in anni ormai lontani, e ritengo che il contributo di Anna, tuttora senatrice, riconduca a considerare che il tempo non passa invano e non annulla assolutamente i principi, anche se può renderne più complicata l’effettività. Per fare un confronto, pur improprio, con la Chiesa, come diceva Giovanni XXIII, “non è il Vangelo che cambia, siamo noi che impariamo a leggerlo meglio”. Se consideriamo i principi costituzionali, i costituenti non avrebbero mai pensato che la famiglia “fondata sul matrimonio” l’avremmo utilizzata per formalizzare le unioni gay.
Venendo al merito degli interventi, vorrei partire dall’art. 1 della Costituzione. Sono molto contenta che fondamento della nostra Repubblica sia il lavoro. Tuttavia, quando Teresa Mattei, parecchi anni fa, mi diceva che lei aveva proposto “la giustizia e la libertà”, quella formulazione piacque molto anche a me. Invece oggi penso che sia necessario difendere con molta inventiva il principio così come lo abbiamo ricevuto. Perché il lavoro ha cambiato natura, non sarà mai più quello di prima e, anche se i sindacati non sono stati preveggenti, entro cinque, massimo dieci anni metà dei posti occupazionali della tradizione saranno cancellati. Da quando le macchine producono le macchine – il che è una bellissima cosa – i lavoratori debbono (e dovranno) governare le macchine con altra formazione. Troppo tempo è trascorso senza accorgerci che il precariato diventava una categoria lavorativa nuova che non abbiamo messo in sicurezza con una definizione giuridica e regole ancora non precisate. L’innovazione tecnologica richiede una società più pronta a cogliere le falle che si aprono proprio nell’apparente sicurezza della tradizione. Non so quante volte ho deplorato che i droni assomiglino alle play station per avvertire i genitori che i ragazzi non si possono lasciare soli quando giocano con il virtuale: se anche i bambini accedono a internet, non si può ignorare che l’educazione sessuale – da molti genitori cattolici deplorata se programmata a scuola – viene insegnata dai siti porno del web e lascia prevedere cambiamenti antropologici dei sentimenti.
Giusto, certamente, avere cura della Costituzione e realizzarne i principi, magari estendendoli. Ma sapendo che il contesto non è statico: oggi è già molto se l’art. 11 sul ripudio della guerra ha indotto il governo a non seguire la Francia per andare a bombardare; ma l’orizzonte è europeo e politiche coordinate debbono contrastare gli euronazionalismi. Anche l’Onu preoccupa per l’impotenza dovuta alla mancata attuazione (la paura dei veti!) del cap. VII della Carta istitutiva; ma nemmeno noi pacifisti abbiamo levato l’allarme in settant’anni.
Ne deriva che la democrazia è in crisi ovunque, proprio perché non ci rendiamo conto che abbiamo omesso un sacco di riforme per adeguare i processi evolutivi che la storia non nascondeva. La lezione delle elezioni francesi (quante volte abbiamo sentito lodare il “doppio turno alla francese”?) con la cancellazione della sinistra dal ballottaggio e il dilagare minaccioso della Le Pen è quella di capire che la politica non è fatta del gusto o disgusto politico (“non mi piace Hollande e quindi non vado a votare”), perché Holland era senza alternative. Approfondendo il discorso italiano, so di correre il rischio di essere definita “renziana” (cosa che mi secca perché non appartengo a nessuno nemmeno nella vita privata e vorrei che così fosse per tutti), probabilmente si poteva, come sempre, fare meglio e, magari, spiegare alla gente come mai i costituzionalisti sono divisi. Penso di integrare l’intervento di Anna Finocchiaro con qualche passo indietro. Intanto i costituenti non erano univoci sul bicameralismo “perfetto”. Che perfetto non era, se io vedevo le leggi “passare al Senato” come alibi per non dire che, se non si riusciva a raggiungere il 51 % dei consensi, si rinviava ad un defatigante (e dannoso per il paese) palleggio di emendamenti. Come donna ho ancora il dente avvelenato sulla legge contro la violenza sessuale (lo stupro come reato contro la morale e non contro la persona). Le Camere impiegarono 20 anni e 7 legislature: se ci fosse stata una Camera sola, quelli che, anche comunisti, non volevano che fosse violenza anche quella maritale, si sarebbero espressi davanti al paese esplicitamente.
Il Senato territoriale può non piacere; non si capisce però perché le elezioni comunali e regionali, che sono di secondo livello perché amministrative, debbano essere politicamente inferiori: la rappresentanza delle autonomie è costituzionalmente di pari dignità. Come diice Finocchiaro, non c’erano preoccupazioni nè per la bozza Violante né per il progetto dell’Ulivo in vigenza del “porcellum” prima, del “mattarellum” poi. La legge elettorale è una legge e per questo, fortunatamente, non sta in Costituzione. Tuttavia tutte le discussioni non precisano mai che la questione della governabilità risale alla prima Commissione bicamerale del 1983 e al fatto che i cittadini dovevano subire infilate di elezioni anticipate per ingovernabilità: suppongo che tutti si rendano conto che è tempo di chiudere la questione. L’uomo solo al comando non c’è, se nell’anno di grazia 2016 abbiamo bisogno di fare le leggi che servono al paese senza subire i ricatti di un qualsiasi Mastella che ti nega il consenso se non gli dai qualcosa in cambio. Eppure le elezioni anticipate non sono mai sembrate una spesa inutile nemmeno ai simpatizzanti della lotta ai privilegi delle istituzioni.
In società come le attuali soggette alla frammentazione sociale e politica, da gran tempo il sistema proporzionale non è più condivisibile. D’altra parte, il presidenzialismo secondo la legga elettorale “fascista” non è pensabile: i parlamentari non sono né sordi né muti e l’ultimo Espresso dice che più di 300 parlamentari hanno “cambiato casacca” e certamente il partito di Renzi non segue l’antica disciplina. Come ex-parlamentare indipendente, avevo molta speranza nella “società civile”: negli anni Ottanta del secolo scorso il ceto politico era decisamente schierato in partiti ideologiche (e meno ideologiche correnti, limitatatmente a DC e Psi) e tendenzialmente subalterno ai negoziati praticati dai vertici, fino alla per me orribile elezione plebiscitaria al primo scrutinio – 16 per Pertini – di Cossiga, senza nemmeno il giro d’obbligo delle prime tre votazioni in cui i tre gruppi maggiori indicavano un candidato di bandiera (ed era presente Bobbio). Ma il cambiamento (necessario) o avanza per “rottamazioni” (la parola non è del mio stile, il bisogno sì) o per “movimenti” (solo il Pd si chiama ancora “partito”) senza contenuti di idee. Anche in Spagna -perché i fenomeni di cui parliamo sono tutti almeno europei – Podemos e Ciudadanos dovranno adattarsi a fare politica “come se fossero i vecchi partiti” (Tzipras insegna). Purtroppo la “forma partito” ha perso credibilità per incapacità di evolversi e nessuno in settant’anni di libera Repubblica è mai riuscito a definire per legge regole e obblighi di questi organismi della partecipazione di cui parla la Costituzione. Debbo dire che mi fa un po’ senso sapere che siedono in Parlamento persone elette perché “votate” da 300 individui, senza che nessuno si interroghi sulla nostra sovranità costituzionale.
Altre questioni restano intriganti e poco memorate, come le “preferenze”, a sinistra sono sempre malviste che invece i nuovi movimenti detestano: personalmente, se a Bologna il 5% dei negozianti paga il pizzo, non vorrei anche vedermi la ‘ndrangheta in Consiglio comunale, in Regione, in Parlamento. Anche perché da quando i talk show televisivi e i giochi elettronici hanno sostituito la partecipazione, il candidato o è un Nobel, un calciatore, un cantante, oppure deve farsi l’immagine elettorale pagandosi una buona campagna. A parte il fatto che l’Italia non ha ancora una legge sulle lobbies, di cui nessuno nemmeno in queste discussioni che dividono senza mettere i questioni problemi contingenti di grande rischio per il futuro, avrei più paura di un Parlamento composto da glorie televisive, ricchi non disinteressati e lobbisti. Altro che l’uomo solo al comando.
Per fortuna oggi almeno un giornale apre con la foto di Fabiola Gianotti, direttrice del Cern di Ginevra che è curiosa di vedere che cosa c’è dopo il bosone di Higgs.

 

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