Non intendo “rispondere” alle critiche di amici e colleghi sulle riforme csotituzionali per aprire catena dialogiche, ma suppngo che altri amici di Koinonia possano non essere allineati sulla tesi che dispera della democrazia italiana. D’altra parte anche i costituzionalisti sono divisi. E il cardinale della mia Bologna contesta il Papa perché ne teme le riforme (a mio avviso necessarie) per allontanarci dal Concilio di Trento, ma anche qui i bolognesi sono variamente orientati ma, purtroppo, i più non se ne curano.
Per gli interessati che vanno ancora a votare (sarebbe il solo modo di difendere la democrazia, che resta tale sia che il popolo sovrano per decenni abbia consegnato il governo alla Dc e in seguito al Psi, sia che per vent’anni abbia seguito Berlusconi. La Costituzione, infatti, ha corso pericolo quando il Cavaliere proprietario delle televisioni voleva “l’uomo solo al comando” in Costituzione. Nel 2006 abbiamo lavorato insieme per questo motivo e la risposta della gente è stata positiva; ma chi si è impegnato ha dovuto constatare che gli italiano “amano” la loro bella Costituzione, ma non la conoscono. Nemmeno ora.
Ma oggi non è la stessa cosa: la gente ha imparato a dire “il combinato disposto”, ma la legge elettorale è una legge, quindi – si poteva far di meglio – riformabile.
Mentre l’esigenza della riforma ha più lontane e precise origini. Cossiga nel 1991 agì come aveva sempre fatto, da complice della P2 e profeta del berlusconismo (ricordo con senso di umiliazione la sua elezione al primo voto, favorevole il Pci, nonostante la presenza in Parlamento di Norberto Bobbio, votato da poche decine di parlamentari ed io con loro). La questione inizia invece nel 1983 con la Commissione bicamerale Bozzi perché le Camere non riuscivano a lavorare per gli ostacoli delle minoranze (Partito radicale in primis) e perchè la dialettica si inchiodava fino a far cadere anticipatamente le legislature. La Costituzione prevede che un governo si sperimenti per cinque anni per poter ricorrere seriamente al giudizio dell’elettorato. Seguirono altre due bicamerali: la Iotti-De Mita (diarchia governo-opposizione) e D’Alema-Berlusconi (diarchia volgarmente chiamata “inciucio”). Si trattava di spostare l’asse a favore dell’esecutivo? Sì. E il Pci se ne fece carico perché solo con lo spostamento al sistema maggioritario poteva aspirare all’alternativa (e così fu con Prodi). Questo è un punto per me rilevante (scusate le personalizzazioni) perché accettai di scendere in campo da indipendente non perché fossi comunista o simpatizzante, ma perché ritenevo una follia che il nostro paese non avesse mai avuto un’alternanza di governo e il Pci, nonostante il nome, era un partito democratico degno di partecipare al, governo.
Sul Senato riconosco di avere il dente avvelenato: da deputata soffrivo molto quando un provvedimento passava al Senato senza che i normali rapporti tra governo e opposizione facessero prevedere un facile raggiungimento del 51%: significava l’inizio di una dissolvenza. Un esempio mi brucia ancora: la legge sulla violenza sessuale andò avanti e indietro, ricominciando da zero ogni caduta anticipata delle legislture, per 20 anni e 7 legislature. La settimana scorsa la legge contro la tortura che il governo voleva approvata entro l’anno è passata al Senato dove un emendamento peggiorativo (qualche senatore tiene più a tutelare la polizia che ai principi democratici) ne impedirà la definizione rapida.
La Repubblica “nata dalla Resistenza”, d’altra parte non era assoltamente d’accordo sul bicameralismo “perfetto”. E dal 1948 fino agli anni Sessanta (quando si unificò il calendario elettorale) il voto senatorio, su base regionale, aveva elezione separata.
Sappiamo bene perché il rapporto con le Regioni è nato male e non è colpa del Senato degli enti locali: i Padri e Madri Costituenti, infatti, avevano previsto il decollo del decentramento entro un anno. La Democrazia Cristiana le dilazionò fino al 1970, facendone delle metastasi del cancro centralistico.
L’art. 81, vale a dire l’accoglimento i Costituzione del pareggio di bilancio, mi pone una domanda: dove era la sinistra? E già che ci siamo con il sale sulle piaghe, come è stato possibile riformare in questo modo il titolo V e approvarlo con più del 65% dei voti al referendum?
Non mi soffermo sulla pubblica amministrazione, la scuola, il lavoro perché si tratta di leggi non legate alla riforma costituzionale. E nemmeno sull’ “economia che uccide” perché il discorso si allarga alla globalizzazione e al mondo che cambia.
I “nominati”i: qualcuno mi deve spiegare perché le preferenze sono sempre state condannate a sinistra come fonte di corruzione e adesso piacciono e il cittadino rischia di essere sedotto dal primo che si vende bene sulla piazza. non sarebbe meglio restaurare i partiti e impedire che un “movimento” decida su impulso di ventimila votanti in rete? è democratico? costituzionale?
Invece mi sembra che siano importanti per la Costituzione misure che non vedo citate, come il miglioramento dell’accesso al referendum, che ha maggiori prossibilità di successo perché, anche se è più alto il numero delle firme richieste, è stato abbassato il quorum per vincere. E così per le leggi di iniziativa popolare: dal 1948 ne sono state presentate poco più di trenta/quaranta e una sola è arrivata in Parlamento; d’ora in poi il governo ha l’obbligo di esaminarne i requisiti di ammissibilità ed entro un mese il Parlamento deve metterle in calendario.
Siccome credo che alla base di molte critiche stia l’insofferenza per la persona di Renzi e non vorrei esser definita renziana (indipendente come sono, non sono mai appartenuta a nessuno nemmeno nella vita privata) critico anch’io il governo per alcuni interventi economici (anche se la sfida a Bruxelles di ieri non mi dispiace). mentre disapprovo l’estensione a 3.000 euro della liquidità personale: in molti paesi europei si va con il bancomat anche al bar e non si evade.
Forse non conviene il pessimismo, mentre è necessario riconciliare la gente con la politica mentre si svolgono processi trasformativi rapidi e i populismi e, ahimè, i nazionalismi – non solo da noi – sono i veri pericoli. E mi dispiace che Zagrebelsky pensi che discutere non serve: il dubbio è sempre “il” metodo.
Avrei finito. Ma lasciatemi una battuta: la Boschi è solo trentenne? perché “i” e “le” costituenti del 1948?

Condividi