CONSAPEVOLEZZA E VOTO

Giancarla Codrignani

La Costituzione italiana uscì da discussioni e scontri anche duri tra i rappresentanti dei partiti dell’”arco costituzionale”, espressione non più necessaria al lessico della seconda Repubblica. La storia – ma anche settant’anni di confronto politico – racconta la sfida sostanziale tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista e la dialettica tra conservatori e progressisti responsabili della scrittura della “più bella del mondo”. Sembrò un miracolo, anche se mettersi d’accordo sui principi è più facile che attuarli. L’essere stata scritta, come alcuni dicevano nel ’48, “metà in latino e metà in russo” li ha lasciati ancora largamente incompiuti. La loro effettività per legge è sempre stata tormentata: la norma contro la violenza sessuale impiegò le due Camere per vent’anni e sette legislature!

I più giovani si sorprendono venendo a sapere che istituti previsti come necessari dalla Carta furono attuati con lentezza ingiustificata: la Corte Costituzionale arrivò nel 1956, il Consiglio superiore della magistrature nel 1958 e le Regioni nel 1970. Ma anche per principi secondari i ritardi sono stati davvero eccessivi: fino alla legge Martelli (1990) l’art.10, generosamente aperto al riconoscimento dello straniero che non goda nel suo paese i diritti di libertà, rimase disatteso: gli argentini che non volevano diventare desaparecidos entravano come turisti.

Altra lacuna storica riguarda le istituzioni riconosciute dalla Costituzione come organi della partecipazione: partiti, sindacati e cooperazione non sono mai stati definiti giuridicamente e obbligati alla trasparenza dei bilanci. Le conseguenze sono state gravi: i partiti hanno prodotto l’antipolitica, i sindacati non interpretano più i problemi reali di un lavoro in radicale trasformazione, mentre gli interessi sociali cooperativistici possono cedere alla collusione con ambienti che gestiscono interessi pubblici, come la gestione dei rifugiati, e non hanno le carte in regola. E siccome ovunque le lobbies sono centri di potere, è necessaria una legge che ne legittimi la personalità giuridica. Tenendo conto del cambiamento delle campagne elettorali e del finanziamento privato di tutte le candidature, occorre impedire che arrivino in Parlamento solo i ricchi o i lobbisti. E bisogna farlo con urgenza.

Il discrimine referendario non deve diventare una Brexit, come si augura il M5S alleato di Farage nel Parlamento europeo, che ha già preannunciato un referendum contro l’euro. Un voto populista in funzione antigovernativa – tenendo conto della condizione debitoria dell’economia italiana – non favorisce il rafforzamento della fiducia nell’Unione europea che resta ancora il fattore essenziale per un minimo di sicurezza delle singole nazioni nei processi globalizzati. Un duello senza esclusione di colpi in termini non di contenuti a confronto, ma di un menar parole come pugni retorici che ignorano il fioretto è solo distruttivo.

I giuristi preoccupati per le sorti della democrazia – che la gente costruisce con la sola sovranità del voto responsabile (i turchi hanno eletto Erdogan senza pensare alla Costituzione) – potevano esprimere proposte nel corso dei 33 anni intercorsi (e drammatizzati sui media ogni volta che una delle tre bicamerali falliva). Matteo Renzi è nato nel 1975 e andava alle elementari quando il Parlamento si pose il problema per rimediare ai danni del costante ricorso alle elezioni anticipate; da quarantenne maturo dice che è ora di mettere fine a questo processo infinito. Ai cittadini spetta decidere se andare avanti o indietro.

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