Il “Sole 24ore” pubblica “Il lavoro per emanciparsi“, uno scritto di Anna Kuliscioff che pubblicizza la mostra “Figure del 900”, aperta in questi giorni al Museo del Risorgimento di Milano.
Nel 2015, quasi 2016, la lettura non riconosce la solita tirata sul lavoro che emancipa e impegna uomini e donne a “sentire tutta la portata morale” di quello che è diventato l’art.1 della Costituzione. Infatti è la “questione femminile” che si collocava dentro “la grande verità fondamentale dell’etica moderna”: se la donna “doveva impiegare tutta l’intelligenza e tutta l’energia… a contentare il suo padrone” per non perdere del tutto la sua personalità nella sottomissione, doveva, nella società e, soprattutto, nella famiglia, “pro bono pacis… fingere almeno di farlo”. Il pregiudizio comportava allora la condanna della natura femminile “proclive alla finzione”, mentre fingere era l’unica arma di difesa e “una prova della potenza e della vitalità intellettuale della donna” per non “ridursi al grado di vero automa”.
Oggi le donne non sono più così dipendenti e lavorano, anche se i loro diritti non hanno ancora uguale riconoscimento e se, come si deve temere, le trasformazioni dei processi produttivi ridurranno la tradizionale occupazione, obbligando le coppie a scegliere a chi spetterà il ruolo di accudire la casa, per non riproporre il ruolo femminile antico.
Resta il dubbio che il femminismo non abbia avuto la “cura” filosofica e politica di fare i conti fino in fondo con il valore-lavoro e, ancor più, con il valore-famiglia perché lì sono ancora presenti germi di condizionamento. La politica, infatti, resta inchiodata al modello unico e, se ormai siamo presenti in tutte le istituzioni,  mi dà fastidio riconoscere che lì, come dice Anna, “la donna fa l’eco all’uomo”.

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