La storia delle donne sta rischiando molto. Se, infatti, l’incredibile attacco all’ “ideologia del gender” – che la Chiesa cattolica ritiene ponga “la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano” e che lo stesso Papa Francesco definisce “un errore della mente umana” – produce solo un abbassamento generico della guardia per sostenere che “tutti i generi sono uguali”, il patrimonio di teorie (e pratiche) sulla differenza e sui diritti specifici delle donne rischia il naufragio dentro un contenitore unico e indifferenziato. Il femminismo ha argomentato, in varie scuole di pensiero, il principio della differenza ad integrazione del concetto di uguaglianza e certo ha fatto da traino al riconoscimento di tutte le differenze culturali, a partire da quella, interna, del lesbismo. L’espressione apparentemente democratica “il gender è solo plurale” è piena di insidia: riduce l’umano ad un’unità neutra dentro la quale si comprendono varianti puramente biologiche. Il femminismo aspira a valorizzare gli aspetti diversi della soggettività umana e vorrebbe che si estendesse anche al soggetto maschile la pratica autocritica del “partire da sé” affinché la società dei maschi analizzasse la dominanza del modello con cui ha plasmato il mondo dei diritti sul “neutro” autoreferenziale. La cultura espressa dalle donne nei secoli dell’irrilevanza non va rimossa, bensì potenziata e diffusa: ovunque, infatti, è presente e opera per migliorare il mondo. Soprattutto in questa fase di transizione storica una falsa idea di modernità può omologare ancor più le donne senza accoglierne il diverso magistero: sarebbe bene evitare il rischio di un’integrazione collettiva nell’ideologia del sistema che si giova dell’adeguamento totalizzante dell’umano nel “gender” (questo, sì, ideologicamente perverso) del “soggetto unico”.

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