La mostra di Christian Boltanski si chiama “anime. di luogo in luogo“. La prima impressione è cimiteriale, ma, anche se l’artista qualche complesso evidente, valorizza “compatibilmente” la vita: le due luminose al termine della parete “arrival” e all’uscita “departure” dicono un percorso che va verso la morte, poi fa uscire alla luce (o è la luce del “dopo”?). Comunque suggestionano le ombre dei veli che si debbono oltrepassare con effigiati grandi occhi di donna per piccoli particolari tutti tra loro diversi, il quasi-buio, il primo e unico effetto sonoro del battito cardiaco, la grande montagna fatta all’interno di coperte dei naufraghi immigrati e rivestita di stagnola dorata, i piccoli, ossessivi ritratti-altari mortuari e il grande “muro degli svizzeri morti”, fino all’istallazione “animitas” che è il punto del suo arrivo agli elisi, con tracciati ondeggianti di corolle che sovrastano un mare d’erba e fiori ormai appassiti portati dalla Certosa. Poi il ritorno verso l’uscita: due carrelli di abiti (s’era già visto un cappotto crocifisso tra lampade azzurre) presi evidentemente a condannati denudati e i successivi “fantasmi di Varsavia” lasciano immaginare quali sono state le intenzioni. Non dico bello. Ma mi ha preso.

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