SIMBOLOGIA DEL BURKINI

Giancarla Codrignani

Onu locuta” (ha sancito che imporre regole all’abbigliamento è contro i diritti umani), si spera che finisca questa querelle postfemminista.
Il “burkini” non mi ha appassionato. Non mi riesce nemmeno di capire la ragione di tanto rumore. Un conto è vietare il burqa per sicurezzai, un altro criticare una signora che in spiaggia sta vestita di nero con la testa coperta. Sarò sempre un po’ distratta, ma credo che, se sulla spiaggia ne avessi incontrata una, non me ne sarei accorta.
Mi ha dato fastidio ascoltare il ministro francese che evocava la bella e discinta Marianna della République come segno di “libertà” delle donne. I rivoluzionari saranno stati generosi sull’abbigliamento, meno sui diritti vanamente chiesti dall’Olimpia (de Gouges). La moda di pochi anni dopo coprì le donne borghesi con sottane, busti e grandi cappelli (sempre questa smania di coprirci le chiome) per rendere disagevole il lavoro e problematico salire in tram. La regina Vittoria, si dice, approvò l’arredamento che occultava “le gambe” dei tavoli.
I musulmeni, abituati peggio e da più tempo, non sono ancora “diventati come noi”. Che possiamo andare in giro nude, ma anche come ci va. Sulla spiaggia si vede di tutto, dal topless al costume intero o ai camicioni per non prendere troppo sole se hai le mestruazioni e ai cappelli più fantasiosi. Le nostre nonne non erano così disinvolte: se contadine di Romagna, a quarant’anni giravano con nere gonne e neri foulard in testa.
Oggi le islamiche emancipate al mare non fanno effetto perché sono come noi. Solo che alcune – probabilmente per ottenere l’autorizzazione di padri, fratellie e mariti, ma anche perché gli va bene così – si infilano un burkini. Vogliamo pensare che le altre, forse la maggioranza, stanno in casa recluse? Per i loro uomini noi popoli occidentali siamo crociati, nazareni e capitalisti sfruttatori, ma noi donne siamo tutte puttane.
Per non aver perduto tempo invano, non sarebbe male pensare qualcosa:
1) sui limiti delle leggi (chiedere alle bisnonne la “libertà” dell’obbligo fascista della “divisa”),
2) sui “nostri” diritti, distinguendo noi emancipate, che facciamo da apripista e non dobbiamo perdere terreno, e le “altre”, che hanno lo stesso diritto di fare le loro scelte secondo i loro tempi (non dimentichiamo che non c’è paese in cui non ci siano gruppi femministi leader e che l’ascesa del “genere” è universalmente inarrestabile),
3) sulle pratiche. Tra le straniere ci sono ragazze che scelgono l’Isis, ma la maggioranza è composta di studentesse e di madri di famiglia con cui non abbiamo nessuna confidenza reale (infatti nessuna femminista sapeva che cosa pensassero loro del burkini). Ignoriamo sostanzialmente che cosa realmente pensino delle nostre differenze, anche perché frequentiamo soprattutto intellettuali, sindacaliste, responsabili di associazioni che sono minoranza. Tante hanno riguardo nei nostri confronti, o forse non sanno nemmeno loro che cosa pensare; le più libere vanno a informarsi sui figli a scuola (un’opportunità di contatto trascurata). Ma occorre difendere i nostri interessi di fronte al maschilismo ideologico: non sarebbe necessario attivare politiche (sindacali?) per far rispettare le donne insegnanti da parte dei ragazzi che nel loro immaginario credono che le donne non hanno il diritto di dare ordini ai maschi.
Davvero è in questione la libertà delle donne. Se fossero “libere” le islamiche, il jihad non avrebbe “questo” valore e si fonderebbe su altre scuole di pensiero.

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