Un amico insigne economista, Gianni Toniolo, ha spedito ad amici l’articolo di un teologo ortodosso, David Bentley Hart, che è intervenuto a chiarire un po’ di cose probabilmente bisognose di aggiustamento. Infatti se si leggono le invettive di Gregorio di Nissa, Ambrogio, Agostino, Cirillo di Alessandria o della Didachè contro i ricchi che non rinunciano ai loro beni e commettono furto, Carlo Marx sembra un conservatore. Il richiamo, tuttora operante, ai principi evangelici non perde valore se si considerano con intelligenza i contesti e la storia dei linguaggi. Termini come eterno, giustificazione, inferno non sono più gli stessi dei primi secolo; e così dire “comune”, riferito ai beni materiali delle prime “comunità cristiane” di poche centinaia di membri, può avere a che fare con il “comunismo”, comprese le ragioni della sua non onorevole caduta, ma deve imporre i conti perché non basta dire “proprietà comune” per fare cose disinteressate. Che cosa significa, infatti, “proprietà di tutti”? perché il radicalismo di parola – religioso e no – non garantisce la realizzazione del concetto sostanzialmente teorico che la complessità dell’evoluzione trasforma da radicalità esigente a prassi ugualmente complessa. Non si può non tener conto che anche la volontà dei gruppi spirituali e fondamentalisti non poteva diventare “di tutti” e seguire modelli conventuali o cenobitici. Infatti già Luciano derideva i cristiani che esaltavano la povertà e vivevano con tutti i conforti. Quindi l’effettività dei principi ha bisogno non di parole rese vane dal logorio dei secoli, ma di rinnovate progettazioni, non di “movimentismo” ma di regole, di legalità, di imposizioni rispettose di diritti, a loro volta da risottoporre a verifica nel tempo per farli crescere. Forse bisognerà ancora ragionarci sopra, perché le religioni hanno effetti perversi per la razionalità di un corretto vivere democratico.

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