CHI FA MANGIARE IL MONDO NON GOVERNA L’EXPO

Solidarietà Internazionale, luglio 2015

Giancarla Codrignani

In tutte le fiere, le relazioni mercantili, le “promozioni”, il cosiddetto sistema si rivolge all’umano come “oggetto”, merce. Così le famiglie vengono di buon grado prestate al turismo internazionale, visto che già trascorrono le domeniche ai centri commerciali. Questa Esposizione Universale di Milano propone di sottrarsi alla tradizione, evidenziando l’onesta preoccupazione di doversi impegnare non solo per fare mercato: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita è – dice il programma – <<l’occasione per riflettere e confrontarsi sui diversi tentativi di trovare soluzioni alle contraddizioni del nostro mondo>>. Infatti, se continuiamo il gioco dei ricchi che pretendono di arricchirsi sempre più allargando una forbice in cui i poveri stanno oggettivamente meglio di prima ma desiderano solo arrivare a consumare di più, il futuro sarà esplosivo, sia per bolle speculative che covano sotto la finanza corrotta, sia per armi “difensive” che esportiamo per distruggere (e poi ricostruire a dio piacendo). Possiamo, allora, tentare di indirizzare anche l’EXPO/2015 a evitare danni maggiori? Partendo dal “soggetto Donne”, per esempio, ci sembra che l’Expo stia realizzando gli intenti o perdendo un treno?
E’ stata presentata a Palazzo Marino, in anticipo su tutte le altre iniziative al femminile, la prima edizione nazionale de Il Tempo delle Donne, che avrà luogo in settembre, ovviamente a Milano, ovviamente con il patrocinio del Comune, meno ovviamente con la partnership del Corriere della Sera. Dice il materiale della conferenza-stampa <<storie, idee, azioni per partecipare al cambiamento; il progetto… vuole creare sulle donne e con le donne una grande inchiesta, accogliendo e raccogliendo le voci di personalità pubbliche, giornaliste, artiste, esperte, ma anche di lettrici e lettori>>. Tenendo conto della linea dei supplementi D dei grandi quotidiani la linea è prevedibile: <<parleremo di donne di tutto il mondo che agiscono (ma, obiettiamo noi, quanto davvero “insieme” e quanto davvero in autonomia?) sui temi dell’alimentazione, per migliorare il diritto al cibo>>. Elementare Watson, dato che tutti veniamo al mondo dal grembo di una donna che, poi, si prende “cura” della vita, la allatta e continua a produrle servizi come il più vero (e occultato) ammortizzatore sociale previsto dagli Stati: si tratta di un preciso uso del tempo di vita individuale di cui non so se l’Expo verificherà il valore. Intanto si assicura che <<quello fin qui ideato, prodotto e messo in scena è un percorso che ha cercato di indagare su scienza e politica, arte e cucina, sessualità, tecnologie e lavoro, per raccontare come stanno le donne nel nostro tempo. E, soprattutto, come vorrebbero stare. Cercheremo di miscelare i linguaggi, di informare e divertire, senza chiuderci nel recinto del dibattito. Ci saranno workshop, mostre, conversazioni, video produzioni e anche una grande festa. Tutto dedicato (d’autorità?) alle donne. E agli uomini che amano le donne>>. Ma davvero?
Venendo all’anticipazione ufficiale dell’organizzazione, colpisce il manifesto di lancio “WE-WOMEN FOR EXPO” con un’anodina testa di donna-con-foulard-sul-capo (un occhio di attenzione ai mercati islamici?), sciarpa svolazzante graficamente strana (sarà mica una catena?) tiene il mondo in braccio. Sarebbe stato meglio collocarglielo sulle spalle. La difficoltà di raccontare il vero mito di Atlante è l’errore sul “genere”: quella punizione, qualunque fosse stato il peccato, è ricaduta sulle donne. Che accetterebbero perfino di portarselo, il mondo, sulle spalle; ma amerebbero anche riplasmarlo a modo loro. Con i nomi delle responsabili di <<WE-Women for>> né Expo, né il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, né la Presidente Federica Mogherini, né la Presidente Esecutiva (quella che ha le mani in pasta) Marta Dassù forniscono illusioni. Potrebbe essere di qualche consolazione il nome di Emma Bonino, ma le “onorarie” non hanno chances.
Infatti l’ambizione di mettere al centro di un’Esposizione Universale la cultura femminile è già stata data per definita, nel convincimento che <<ogni donna è depositaria di pratiche, conoscenze, tradizioni legate al cibo, alla capacità di nutrire e nutrirsi, di “prendersi cura”. Non solo di se stessi, ma anche degli altri>>. Le invitate potranno <<esprimersi su nutrimento del corpo e nutrimento della libertà e dell’intelligenza, con la convinzione che la sostenibilità del Pianeta passa attraverso una nuova alleanza tra cibo e cultura e che le artefici di questo nuovo sguardo e nuovo patto per il futuro debbano essere le donne>>: a conferma del mondo sulle spalle anche delle partecipanti a Expo Milano 2015, chiamate ad “una grande alleanza” contro gli sprechi e per la promozione delle agricolture, di cui non è stata prevista la direzione generale del progetto. Senza menzionare le lavoratrici agricole e dei settori di diversa competenza; figurarsi poi se ci si ricorda delle immigrate e delle loro specifiche esperienze.
Prendiamo l’uomo più povero del mondo, quello che ha al suo fianco una donna più povera di lui: solo lei fa parte concretamente di un’alleanza internazionale che il lavoro non è mai riuscito a concretare, perché una donna, a prescindere dai paesi e dalle classi ogni giorno “deve” (e vuole) provvedere a mettere cibo in tavola per i suoi. E se non ha marito o è un disoccupato, ricorre a tutti gli espedienti perché a lei è lasciata la “cura” del nutrire, proprio quella competenza che l’Expo non le chiede.
Che cosa, invece, viene ritenuto simbolico di un’iniziativa-tipo? Il <<condividere (giuro che sta scritto) la ricetta per la vita, cioè il racconto di un piatto di particolare valore emotivo, che è soprattutto il racconto di una storia… perché si nutre di memoria, suggestioni e vissuto personale>>. La ricetta per la vita sarebbe un piatto? per <<iniziative volte a costruire un percorso di consapevolezza, proiettato verso il futuro, a partire da diverse ispirazioni creative>>? Se si tratta di we-Women, vale a dire noi, donne reali, l’alleanza globale contro lo spreco doveva partire dalla constatazione che proprio noi-donne siamo lo spreco più grande, se è vero che i secoli onorano i valori che ci vengono attribuiti lasciandoli inutilizzati. Non potremo <<rafforzare il ruolo femminile nell’agricoltura nel mondo>> se non ci viene consegnato il progetto della funzione strategica: perfino le casalinghe hanno competenze in ognuna delle materie indicate; peccato che siano rinchiuse nel ruolo domestico che le rende inaffidabili anche in cucina (non è un caso se i grandi cuochi e i gourmet sono maschi) perché, secondo il loro criterio (forse positivo) di economia e di salute, dove la ricetta reclama un etto di burro, loro ne usano cinquanta grammi.
Se, al contrario, un <<tema delicato>> come <<il rapporto tra agricoltura food e non-food, che può e deve svilupparsi non come competizione bensì sulle note dell’integrazione per la produzione di agroenergie rinnovabili nelle imprese agricole>> viene affidato a “rappresentanti di AIEL, Ministeri, Istituzioni italiane, associazioni della Green Economy, oltre a partner europei”; se “l’efficienza energetica per la riduzione dei consumi e delle emissioni nell’impresa agricola e nelle filiere agroalimentari” ricorre a consulenti e partner industriali italiani ed europei di genere neutro, possiamo già anticipare che, senza consulenze “di genere” non si conseguiranno i pur auspicati risultati.
Un’altra iniziativa pubblicizzata è il Romanzo del mondo <<una grande narrazione mondiale, fatta di racconti brevi, di memorie, di emozioni profonde legate al cibo. Un romanzo scritto da tante mani diverse, tutte autorevoli e ognuna a suo modo unica. Il gesto del nutrirsi, raccontato dai quattro angoli della Terra, verrà esplorato attraverso varie forme narrative, vari stili e prospettive e darà vita a una raccolta che sarà custodita per il futuro>>. Insomma una pubblicazione, nelle lingue originali e in inglese, di narrazioni scritte da autrici di vari paesi, note e non note, <<all’insegna della memoria, del nutrimento e del cibo, materiale e intellettuale… un filo lunghissimo che avvolge il globo, un gomitolo di racconti intrecciati che parlano di cibo e di memoria. Della vita di tutte le donne del mondo>>. Purché, ovviamente, restino quelle che sono e si spostino nelle loro abitudini quotidiane secondo i percorsi di un cammino già tracciato. Ovvio che bravissime imprenditrici arriveranno al massimo nella gara competitiva delle “buone pratiche”; ma senza una filosofia dell’innovazione sistemica condivisa non si riaggiusta l’equilibrio del sistema. Il nostro tempo, d’altra parte, ha urgenza di diffondere anche da una grande Esposizione Universale la consapevolezza diffusa che il tema proposto sollecita prima di tutto la ricerca di una “visione di sistema” che superi l’impatto ricorrente delle crisi.
E’ in corso a Londra una mostra interessante sulla moda (anche la moda sarà protagonista all’Expo, come grande industria dell’export di classe) che offre qualche considerazione non limitata al fatto che le donne si vestono (o svestono) seguendo andamenti di un costume di cui non sono quasi mai le artefici. Pensiamo tuttavia alle vesti leggere e alle chiome scoperte del Settecento illuminista e agli ingombri si sottane, cappelli, parasoli e ventagli dell’Ottocento restauratore; scopriremo che – è ben triste- le donne hanno conosciuto la libertà con la prima guerra mondiale: con gli uomini al fronte, vengono recuperate al lavoro; è così che eliminano i busti, accorciano le gonne, tagliano i cappelli e si scelgono il fidanzato. Dopo il 1918 vengono rimandate al ruolo domestico; umiliate, conservano il taglio alla maschietta. Il fascismo promette il voto amministrativo attivo, ma nomina i podesta e abolisce sindaci ed elezioni: alle donne chiederà di fare figli per il lavoro, per la conquista dell’impero e per la seconda guerra mondiale. Nessuno si chiede mai che cosa avrebbe progettato una maggioranza femminile di potere.
Oggi, davvero, è compito di tutti, in tutti i luoghi, cercare di produrre “visioni”, visioni e idee per il futuro: in un sistema sempre più complesso ne è a rischio la qualità. Ma anche cercare produttori di “visioni”, magari dando il passo a chi possiede potenzialità trasformative ancora inedite proprio dove si forma l’ideologia del potere. Christine Lagarde dal “suo” Fondo monetario nega di essere una donna di potere: <<se lo fossi – cfr. l’intervista a Repubblica dell’11 aprile) potrei ridurre la disoccupazione, creare le condizioni per la crescita, portare un po’ più di buon senso in stanze dove c’è troppo testosterone e troppa presunzione>>. E’ così: le donne capaci raggiungono posti elevati ma continuano ad avere sulle spalle lo stesso mondo, sempre strutturato e gestito, anche con il contributo femminile sempre più omologato, a modo altrui. Una donna “potente” che si esprime come Lagarde è una delle tante che non hanno sperimentato il solito soffitto di cristallo, ma le ben più resistenti “pareti di cristallo” che imprigionano anche nelle più prestigiose sale di rappresentanza e potere.
Fondamentale, dunque, non tanto il semplicistico “No-Expo” di chi critica senza proporre, ma qualche contributo che spieghi al mondo (per l’ennesima volta) che il pregiudizio patriarcale insidia il principio stesso dell’uguaglianza e danneggia uomini e donne in tutte le società. Mentre la politica monetaria di cui è responsabile Christine può essere detta “politica del FMI”, il testosterone non è attribuibile neppure simbolicamente al Fondo monetario a cui pure sembra più legittimamente appartenere. Infatti la parità nelle carriere non significherà mai uguaglianza; e l’uguaglianza senza il riconoscimento costitutivo delle differenze resta di fatto assimilazione al neutro del testosterone. La prima delle differenze è il femminile e pone la questione dei diritti non gerarchici, propri delle relazioni superiore/inferiore, amico/nemico. Gli onesti, uomini e donne, sono uguali a prescindere dall’essere ricchi o poveri o dall’appartenere a differenti etnie. Nella loro differenza le donne hanno incontrato la maternità – di cui non hanno mai preteso il potere, pur essendo (almeno finora) il potere più grande di tutti – che è dono e trappola, ma comporta la conoscenza prioritaria dell’amore; mentre l’uomo ama così male da uccidere sia il nemico, sia la donna a cui nega libertà. Le donne abortiscono perché la maternità non è libera e sono soggette all’autorizzazione dello stato, mentre gli stati non educano i maschi alla dignità delle relazioni.
Sono numerosi in Expo/women i riferimenti alla “cura”, che viene esaltata come peculiarità femminile, ma significa ancora bambini, malati, anziani, faccende domestiche. Se, invece di essere speculatrice, la società fosse finalizzata al benessere umano, la cura sarebbe ordinata a produrre di servizi più che merci; se il sistema oggi è aperto alla robotica e a nuove generazioni di pc., mentre le biotecnologie ormai producono mutamenti antropologici la “cura generalizzata” sarebbe la soluzione di molti problemi. E se fosse una filosofia per tutti? se fosse stata già praticata con l’invenzione dei beni comuni e la campagna per l’acqua? e se anche i politici e l’intera società civile si prendessero in braccio la società? se fosse “cura” prevenire i conflitti e limitare lo spreco del settore più redditizio (e prioritario nella ricerca) della produzione di armi?
L’agroalimentare, la biodiversità, la tutela e il rispetto dell’ambiente hanno a che vedere con la “cura”, ma sono ancora temi di una conoscenza comune “neutra”: non basta aprire le porte delle competenze femminili se non se ne mettono in circolazione i potenziali saperi. In tutti i paesi, la necessità primaria è la nuova e diversa organizzazione del mondo. Se partiamo dal mondo produttivo, dalla trasformazione alimentare, dalla nuova agricoltura, dalla diversificazione induatriale e dal rispetto dell’ambiente viene immediata la domanda: se restiamo alla “visione” patriarcale aperta all’inclusione di una presenza femminile senza soggettività, dove andiamo? dove va l’esperienza storica di un’Esposizione che pretenda di essere Universale?
Come femminista, come donna che ha interesse per l’avanzamento del proprio “genere”, non venitemi a dire che l’EXPO è nata bi-gender (bi-sex, se preferite). Dovete davvero rileggervi come dedicato a voi il ragionamento di Christine. Lagarde FMI.

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