Il giurista bolognese Graziolo Accarisi nel XV sec., seguito da altri letterati, racconta di un eremita che avrebbe ricevuto dai sacerdoti di Santa Sofia di Costantinopoli un’icona della Madonna dipinta da San Luca per portarla sul “Monte della Guardia”. E’ la Madonna di San LUca di noi bolognesi.
I documenti riconducono a una donna, naturalmente sconosciuta, ANGELICA BONFANTINI che nel 1192 si fa eremita sul Monte della Guardia e dona i suoi beni, in cambio dell’usufrutto, dei contributi dei fedeli e di aiuti per costruire una chiesa, ai canonici di Santa Maria in Reno nel cui ramo femminile aveva preso i voti. Celestino III – documento datato 24.08.1193 – ordina al vescovo Gherardo di Ghisla di porre la prima pietra, portata da Roma da lui stesso benedetta. I “canonici renani” pretendono i loro diritti sui beni in una controversia che porta sette volte Angelica dal Papa, che, dalla prima bolla del febbraio 1195 e dai cavilli dei canonici che si opponevano, arriva a decidere di prendere la Chiesa con tutti i beni e le persone sotto la sua protezione in cambio di una libbra di incenso. Angelica ha vinto e con lei le suore BALENA, DONA E MARINA menzionate nei documenti. Innocenzo III confermò, giudicando la professione di fede “renana” solo una promessa. I canonici si appellarono fino al 13 marzo 1206, quando dovettero arrendersi. Angelica, ancora vittoriosa, chiese i danni: perfino 1.000 bolognini per mancate oblazioni! Morì nel 1210 e nel 1244 il card.Ubaldini – decisione confermata da Alessandro IV nel 1258 – affidò la chiesa (che le suore avrebbero voluto – e aprirono una vertenza – esentata dal controllo del vescovo di Bologna) e tutti i beni alle monache agostiniane di Ronzano. Nel 1278 le agostiniane furono affiliate all’ordine domenicano; nel 1290 costruirono un nuovo monastero in via Saragozza (“San Mattia”) e San Luca fu amministrato da una Vicaria con nove suore in avvicendamento biennale. Data la ricchezza del monastero Papa Eugenio rivendicò l’autorità su Santa Maria della Guardia. Seguì la storia di tutti i restauri e rifacimenti, l’abbandono napoleonico e la ripresa voluta diocesana dal card. Opizzoni nel 1824.

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