DUE NOTE SULL’ ANNO DELLA MISERICORDIA

Tra i cinque “pilastri” dell’Islam (la professione di fede, la preghiera, la decima (zakat), il digiuno, e il pellegrinaggio alla Mecca) la preghiera ha un valore particolare perché segna profondamente cinque volte al giorno la vita quotidiana di ciascun uomo e ciascuna donna. Dice il Corano “ad Allah appartengono i nomi più belli: invocatelo con quelli”: bella, tra le espressioni islamiche più consuete, l’espressione “In nome di Dio il Clemente il Misericordioso”. Le Costituzioni di alcuni paesi musulmani (e spesso anche le bandiere) riproducono il motto e la Libia di Gheddafi la registrava nell’inno nazionale. Secondo la tradizione il Profeta aveva detto “Non crederete finché non sarete misericordiosi” e ai compagni che obiettavano “non tutti siamo misericordiosi” ammoniva “Io non mi riferisco alla misericordia che ognuno prova naturalmente per il proprio amico, ma ad una misericordia verso tutti”.
Come cristiani anche noi ci affidiamo alla misericordia di Dio e saremmo in suo nome tenuti a praticare il perdono e la nonviolenza. Nonostante il primcipio sia chiaro a tutti, siamo ancora divisi tra confessioni che non riconoscono la piena fraternità delle comunità che seguono forme teologiche e rituali diverse per ragioni che sono eminentemente storiche e non dovrebbero rompere l’unità del riconoscimento comune in un solo Gesù Cristo. Succede anche che l’Occidente conservi sacche di antisemitismo che nel 2015 (per gli israeliani è il 5775) dovrebbero essere non solo anacronistiche ma impensabili. Analoghe sono le diversità interne all’Islam, che comportano tuttavia esiti più gravi perché le separazioni confessionali, pur nate da ragioni politiche, rappresentano eresie, apostasie, infedeltà imperdonabili dalla legge umana.
Difficile per noi occidentali entrare nelle dinamiche religiose che dividono sciiti e sunniti (ma anche alawiti, salafiti, houthi ecc.) di fronte alla minaccia solo ideologica ma terrificante dell’Isis. All’interno di paesi in conflitto per opposti integralismi (che ai nostri giorni sono – sempre – non “di religione”, ma politico-economici) ci rimettono le minoranze eterogenee: vittime per molti impreviste in primo luogo i cristiani, che ancora vengono chiamati crociati (per la conquista del santo sepolcro i cavalieri alzavano la spada con l’elsa in alto come simbolo della croce) e che sono occidentali la cui vita tutte le televisioni raffigurano come irrimediabilmente corrottta.
Non è una sorpresa se fin dal 1990 Giuseppe Dossetti, allarmato per la guerra contro l’Iraq voluta da Reagan e sostenuta dall’Onu, prevede “la conseguenza pressoché inevitabile di tumultuose reazioni in un vasto ambito di stati, più o meno direttamente coinvolti; reazioni che nessuno sarà più in grado di dominare. E questo non solo in tutti i paesi arabi, dalla Palestina allo Yemen, ma anche in Turchia, la cui situazione diventa sempre più difficile, in Egitto, dove le ripercussioni sono inevitabili, e negli altri paesi del Maghreb, aggravando crisi già in atto come quella del Sudan e di altri paesi africani. Tutto questo difficilmente non si estenderà al Pakistan e alle repubbliche sovietiche musulmane”. Sdegno e ribellione, dice, che hanno per obiettivo l’Occidente e “conseguenze evidentissime per la chiesa. C’è letteralmente pericolo dell’estinzione della chiesa nei territori palestinesi e giordani e in quel pochissimo di chiesa che poteva esserci negli altri territori di Arabia; una chiesa, cioè, ridotta a vivere all’interno degli edifici di culto….Costantinopoli saccheggiata e bruciata nella quarta crociata del 1204 sarà come un’ombra sinistra costantemente evocata a tutta la Siria, all’Egitto stesso e poi a tutto il resto dell’Africa” (cfr. Il Regno-Attualità, 18 ottobre 1990).
Non era una profezia, ma un giudizio storico consapevole. I governi occidentali non sono altrettanto bravi nel prevenire i danni di avventate politiche di potenza.
Per cristiani di fede, in così tante e tanto grandi difficoltà, c’è sempre la prospettiva del dialogo realmente ecumenico a sostegno delle libertà a partire da quella religiosa. Papa Francesco, isituendo l’anno della misericordia (cristiana) in un tempo in cui tutte le prevenzioni sembrano scadute può cercare echi teologici e, soprattutto, umani a partire da Dio, il Clemente, il Misericordioso?

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L’anno santo della misericordia viene dopo l’anno della massima corruzione, purtroppo non solo italiana, ma generalizzata in un mondo che si fa ancora catturare dai soliti falsi beni di un capitalismo ormai sostenuto anche da chi lo contesta. Come diceva Giovanni Falcone “che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”. Non deve scandalizzare che la corruzione sia arrivata in Vaticano (nemmeno il Tempio all’epoca di Gesù era esemplare per virtù): deve invece produrre stupore che davanti a contesti in cui opera la corruzione (il neocapitalismo, la finanza, il mercato) i singoli, se si dicono cristiani, restino inerti e si giustifichino con il solito “non c’è rimedio”.
Non mi piace la retorica – di solito ipocrita – delle citazioni dalla scrittura come se fosse fatta di slogan da non interiorizzare e non tiro fuori la “durezza dei cuori” perché mi viene da continuare “mal comune…”. Vorrei invece riportare per un momento l’attenzione all’America Latina, che sembra lontana ma dove tanti cattolici, singoli e associazioni, preti e suore, trenta e più anni fa, hanno partecipato ai processi di liberazione dalle dittature di paesi in cui – dal Brasile al Cile o all’Argentina, ma anche dal Nicaragua al Salvador e al Chapas – interi popoli erano esclusi dalla democrazia. I diritti politici e civili si affermarono contestualmente alla ripresa dei diritti umani sociali e individuali e molti di noi ci lavorarono con impegno. Oggi non c’è area del continente americano esente dalla corruzione e gli assetti democratici che, bene o male, hanno trovato stabilità, si sono dimostrati vulnerabili al potere seduttivo del sistema che ti consente di sentirti libero, ma insieme ti condiziona con bisogni indotti e, mentre i ricchi continuano la tradizione del privilegio, i poveri hanno perduto l’innocenza, la solidarietà, la fede. Il nuovo tempio è il centro commerciale e nessuno ha più memoria dell’epica campagna di alfabetizzazione che in poco tempo consentì al NIcaragua di portare alle elezioni del 1984 un popolo che sapeva leggere, scrivere e votare. Per Transparency International oggi il NIcaragua si colloca al 138 posto nella graduatoria della corruzione mondiale (l’Italia è ultima tra gli europei). Basta rassegnarci e convenire che siamo tutti eredi della schiavitù, dei re e dei padroni che ci facevano chinare la testa?
Come incominciamo a fare i conti? è più colpevole chi paga i corrotti o chi si fa corrompere? il “dono” nelle nostre società educate alle convenzioni formali, è stato umiliato e privato della sua gratuità, del dovere di rispettare il piacere del donatore per la perversione del “ricambio”: quante volte, portando un dono, ci siamo sentiti dire “grazie, e adesso come posso ricambiare?”. Ovvio che se qualcuno regala al figlio di un ministro un rolex da diecimila euro, si aspetta un corrispettivo già dato per pagato; e ovvio anche che non esiste accettazione di doni che non sono tali.
Dato il triste panorama che ci circonda, spero che nessuno confonda la misericordia di Dio con la propia indulgenza. Tuttavia è bene che riserviamo a noi stessi un piccolo esame di coscienza. La visione di Dio ancora poco adulta forse non si accorge che anche Dio viene manipolato. E proprio perché ha una “misericordia” che capiamo male. Tanti ancora pregano per ottenere “grazie” (il nome non dice forse che sono gratis?), fanno offerte, comperano messe (?), esrimono voti, sacrifici e fioretti “per avere”. La Bibbia non sempre è chiara in proposito, ma il Salmo 50 fa parlare Dio che dice a chi gli offre immolazioni di vittime “se avessi fame, non te lo direi: è mio il mondo e quanto contiene”. I Vangeli sono costantemente espliciti e, anche se gli stessi seguaci di Gesù sono tentati dai posti raccomandati e dai privilegi, la parola della liberazione è indirizzata ai poveri. I ricchi laureati spesso credono nell’uguaglianza e nella giustizia, ma, siccome “c’è un prezzo da pagare” per essere uguali e giusti, spesso si sottraggono alla responsabilità e preferiscono “lamentarsi e dire che non si può fare nulla”.
Il giubileo della misericordia, allora, deve essere sentito un anno severo: se Dio libera, rifiuta una religione da sudditi. E’ infatti l’amico che offre i suoi doni perché è amico; è la madre e il padre che coccolano figlie e figli mentre li educano alle regole dell’umana convivenza; è l’alleato che ti accompagna attraverso i condizionamenti della storia, ma ti abbandona se fai soldi vendendo armi. Lascia che ce la caviamo come siamo capaci (come dire se abbiamo fede), sa che ogni tanto ci inventiamo condoni e amnistie che non sono sono nel suo stile: la misericordia è un po’ più complessa e non dipende solo dalla parte di Dio. Come dice Etty Hillesum, siamo noi che lo dobbiamo aiutare.

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