DUECENTO ANNI FA NASCEVA…..                                                   In dialogo maggio 2018

Giancarla Codrignani

Javier Solana, in un suo intervento sui vantaggi e i rischi degli avanzamenti tecnologici e politici del nostro tempo, è riandato al Racconto delle due città di Dickens: sia Londra che Parigi tra Sette e Ottocento rivelavano l’ingiustizia sociale e il governo dispotico dell’Ancien Régime; ma anche gli eccessi della rivoluzione francese (la violenza “levatrice della storia”). E racconta la risposta data poco tempo fa da Zhou En Lai, ancora Presidente cinese, che, richiesto di scegliere tra rivoluzione e riformismo, rispose “Troppo presto per giudicare”.
Il fatto è che, ammirata l’eleganza orientale per non rispondere al quesito imbarazzante, nemmeno Dickens aveva sciolto l’ambiguità, perché l’Illuminismo non produsse solo i semi della rivolta contro Luigi XVI o il sommovimento delle colonie americane: era in arrivo la rivoluzione industriale. Sia i rivoluzionari che i borghesi dovettero tenerne conto perché fu dalla lenta e costosa (il prezzo di due guerre mondiali!) combinazione tra regimi più liberali e avanzamento tecno-scientifico che si venne realizzando il periodo più prospero che mai l’umanità abbia conosciuto. Gli economisti raccontano che tra l’anno 1 d.C. e il 1820 il Pil procapite semplicemente raddoppiò, mentre tra il 1820 e il 2008 si è decuplicato; allo stesso modo l’aspettativa di vita in due secoli è passata dai 31 ai 73 anni. La considerazione di Solana sembra dunque trarre la conclusione che le grandi idee sovvertono il mondo, ma per cambiarlo senza fare danni bisogna capire la realtà, che è molteplice.
Per i progressisti è tempo di domandarsi, non se stare dalla parte delle teorie rivoluzionarie o accettare il capitalismo, ma come prevedere il futuro a partire dalla realtà in cui viviamo, che – per chi è, secondo i principi della sinistra, internazionalista – è finalmente globalizzata. Il 5 maggio 2018, intanto, sono passati due secoli dalla nascita di Karl Marx: sono tanti. Le coordinate della storia non sono più le stesse e le parole del passato hanno acquistato significati radicalmente diversi. La lotta di classe non è scomparsa, ma, cambiando il modo di produzione (che le macchine producano le merci è, di per sé, un beneficio perché eliminano l’abbrutimento della fatica), era necessario prevederne le conseguenze sociali e le persone non diventino a loro volta merce. La disoccupazione va combattuta nella transizione elevando il livello culturale e formativo: come dice il giovane Marx nel film di Peck, la palla al piede del lavoratore (oggi perfino laureato) è l’ignoranza radicata nell’ancestrale umano egoismo. Se i dati economici sul Pil o l’aspettativa di vita riguardano solo l’Occidente, la lezione di Marx indica ancora lo sfruttamento del capitalismo storico, non più fermo alla veste ottocentesca, ma proiettato nella forma-mondo. Che è la condizione mondiale di oggi, priva – proprio da un punto di vista “di classe” – di generosità nel confronto degli immigrati e di senso di uguaglianza con i popoli più poveri: c’era più internazionalismo ai tempi del Vietnam, dei governi militari in America Latina o dell’apartheid sudafricana.
Non è inutile, dunque, l’attenzione data da Marx alla dipendenza dal denaro: anche lui ebbe i suoi problemi a far quadrare i conti di casa, ma i duri e puri contemporanei non possono non sentire la contraddizione di lottare per difendere l’erosione del suolo dall’esuberanza edilizia e contemporaneamente ritenere un diritto il mutuo per la casa dei figli. Quando si vivono momenti difficili come l’attuale – da anni nessuno osa nominare la parola “sacrifici”, anche se i tempi di transizione debbono essere preparati a tutto – bisognerà non perdere il tempo a piangere sul latte versato, ma rifare con urgenza i conti per salvare le nuove, imperiose esigenze di libertà e giustizia sociale e restaurare, rinnovati, i valori politici che di quella libertà e giustizia sono garanzia anche per il nostro egoismo.
Per trent’anni hanno governato l’indifferenza e l’inerzia e le masse son diventate individualiste (tentazione oggetto di qualche disprezzo da parte di Marx); quindi non fa meraviglia (anche se è un esempio che deve sconcertare) che perfino sul Forum Sociale Mondiale si sia abbattuta la crisi di prospettive. Dare voce ai popoli sommersi per farne il contraltare di Davos sembrava una pratica simbolica efficace almeno per coscientizzare. Dal 2001, anno dopo anno, nonostante l’ampliarsi delle comunicazioni via web e social, è venuto meno il rilancio delle tematiche e non si sono attivate proposte innovative.
Nel 2005, al Forum di Mumbai, Arundhati Roy aveva richiamato alla concretezza: “obiettivi reali, battaglie reali, danni (da infliggere al capitalismo) reali”. Non è stato così e oggi l’agenzia cattolica Adista ha tratto conclusioni drastiche: hanno vinto i signori di Davos. Il Brasile di Temer, per giunta dopo l’assassinio della consigliera comunale socialista e “movimentista” Marielle Franco e l’arresto di Lula, un tempo sarebbe stato considerato lo scenario perfetto per un evento eclatante: Salvador de Bahia, il Pelourihno dove venivano fustigati gli schiavi che, anche se solo giuridicamente non ci sono più, è ormai un luogo in cui si ripetono le peggiori divisioni sociali, in cui abitano le catene della droga e della criminalità e la gente dei quartieri alti e delle carovane turistiche ha paura e chiede sicurezza.
Intanto gli smartphone crescono di qualità e la gente che gira tenendoseli costantemente a portata dell’orecchio, lancia messaggi inutili ad amici virtuali e non si rende conto di essere diventata ad un tempo merce e cliente (la profezia di Marx prevedeva solo la mercificazione, non anche il tributo) di Zuckemberg; il quale in meno di vent’anni ha accumulato un capitale enorme e potrebbe aspirare alla Presidenza degli Usa. Non è detto che non sarebbe meglio di Trump, ma se Marx desse un’occhiata a Facebook, Google, Amazon e ai pochi altri oggi detentori di potere, direbbe subito: “è il nuovo imperialismo, fate qualcosa, vi portano via i dati e anche l’anima per comandare il mondo intero”. Forse nemmeno lui si dis-iscriverebbe dalla piattaforma, ma due idee per governare la rivoluzione informatica e non tornare ai miserabili di Dickens, nonostante i suoi duecento anni di anzianità, le tirerebbe fuori.

 

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