Pensate che ci fu un tempo in cui l’Internazionale liberale discuteva se il liberismo è compatibile con il liberalismo! Le polemiche tra Croce e il futuro presidente della Repubblica Einaudi incominciano negli anni Trenta del secolo scorso e continuano fino al Congresso del 1959 sul tema dell’assistenza e sicurezza sociale dove Beveridge intende rinnovare il liberismo ottocentesco con la dottrina dell’uguaglianza dei punti di partenza e dell’estensione universale dei servizi pubblici gratuiti. Einaudi è d’accordo, ma si scontra con Benedetto Croce perché è un economista e un politico. Già nel 1928 aveva scritto su Riforma Sociale un contributo “Dei concetti di liberalismo economico e di borghesia”, escludendo l’abolizione della proprietà privata, mentre Croce aveva sostanzialmente respinto l’approccio economicistico dall’etica del pensiero liberale, arrivando a parlare di liberismo “non quantitativamente produttivo”, ma “qualitativamente pregevole” e perfino di “un socialismo liberale”. Infatti “la libertà come moralità non può avere altra base che se stessa”. Einaudi ancora all’inizio della guerra riteneva che con l’idealismo di Croce si favoriscono i liberali “retrivi e reazionari”. Tuttavia l’intesa con l’inglese Beveridge nel dopoguerra per Einaudi non era destinata a valere per l’economia italiana ed Eugenio Scalfari – che parlò di queste cose sull’Espresso n.37 del ’59 – gli chiese dove fossero andati a finire l’uguaglianza dei punti di partenza e le forti tassazioni sui cespiti ereditari.

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