FEMMINISMI E OMOTRANSFOBIA                             Noi Donne, 8 luglio 2020
Giancarla Codrignani
Viviamo tempi strani per la democrazia e per la solita “sinistra” che non sa ripensarsi. Vedo giovani davvero carini – nel ’68 si sarebbero detti così “borghesi” – che mi porgono “Lotta comunista”: ci sorridiamo, ma se gli spiegassi le mie idee non mi definirebbero trotskista perché non sanno più che cosa significa. Ci mancava il femminismo: una legge sacrosanta contro l’omotransfobia, finora mai approvata, sta arrivando al voto con qualche speranza di successo, e una scuola di pensiero femminista si mette di traverso con pretese peregrine. La legge, come tutte le leggi, deve avere il 51 % per essere approvata e bisogna domandarsi se non sia controproducente dividersi e fornire strumenti alla destra: la finalità è semplicemente impedire che il pregiudizio renda le persone bersaglio dell’odio sessista e razzista. Pensare che la terminologia discrimini è, nel caso in oggetto, pura follia: la parola “genere” non discrimina nessuna, né le lesbiche, né le trans né le strane, perché riguarda non i diritti sessuali, ma la tutela delle persone.
In realtà la questione è già stata trattata quando il teologo e psicanalista francese Tony Anatrella, alla fine del secolo scorso, si impegnò a distorcere pervertendolo il significato del termine gender, che, proprio a partire dalla condanna cattolica, riguarderebbe scelte arbitrarie e innaturali che un uomo o una donna “deciderebbero” di volta in volta di attuare in nome di una sessualità a geometria variabile. Un autentico scippo del tradizionale gender usato in tutte le convenzioni e i documenti internazionali in cui prendeva in considerazione la discriminazione nei confronti delle donne. Il Centro di Documentazione delle donne di Bologna ha pubblicato nel 2015 un mio e-book dal titolo L’invenzione cattolica di una “teoria del gender” che non c’è. Ma c’è il gender che non è una teoria”. Invitava a rifare i conti con la lingua italiana: gender è il termine inglese che è sempre stato usato nelle convenzioni e nei documenti internazionali per rappresentare le vessazioni che limitano la vita – e i diritti, la carriera, gli studi, la libertà – delle donne.
Perché il “genere”, in quanto parola, lo conosciamo per la prima volta in prima elementare quando la maestra chiarisce che il sostantivo “amico” è di genere maschile e “amica” è di genere femminile (e non tutte le maestre dicono che per la stessa ragione è errore grave di ortografia dire ministro a una donna titolare di un dicastero). E’ questione di morfologia grammaticale. La parola “sesso” (sostantivo maschile singolare), invece, è generica e i costituenti la usarono per equiparare i diritti di uomini e donne; oggi comprende tutte le varianti naturali tardivamente conosciute come caratteristiche individuali sempre esistite, ma deformate dal pregiudizio e causa di discriminazioni e azioni persecutorie nei loro confronti. I diritti hanno una storia evolutiva di cui l’umanità si fa carico negli anni, colpevolmente. E deve garantirli per legge.
Per teorizzarci sopra bisogna prima superare il dato puramente filologico del linguaggio, che risponde a una logica formale. Il sesso sta dentro il pensiero svalutativo del “basso ventre”, delle “vergogne”, degli aidoia dei greci; ma il corpo è pieno di meno ossessive differenze antropologiche (anche il magro e il grasso sono differenze che possono ammalarsi e diventare anoressie o bulimie, come la sessualità che può incorrere nell’epatite B, nella sifilide, nell’HIV: problemi clinici, anche gravi tutti, non necessariamente moralistici).
Le donne giovani che hanno orgoglio di sé nella varietà delle differenze umane possono studiare se l’intelligenza artificiale può uscire dalla logica giuridica contemporanea e articolare linguaggi più sofisticati, ma per ora, quando nasce un figlio/figlia, all’anagrafe lo si denuncia o come Mario o come Maria. Tuttavia prima di tutto riflettiamo con lo studioso amico delle donne Carlo Flamigni che raccomandava cautela, perché “è facile perdere i diritti acquisiti”.

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