Leggere che “l’industria diventa un museo” non è solo l’annuncio di un coordinamento tra i musei di questo tipo: significa la fine di un modo di produrre. C’è chi non se ne accorge e chi non vuole sapere e non trovare rimedi, mentre è il segnale ci ricorda che siamo obbligati a non fermarci. Si poteva fare senza angustiarsi, con gradualità; ma nessuno stava vedendo la realtà che guardava. Il limite delle capacità umane.
Anche la filosofia e – figurarsi – la teologia non intendono accusare i colpi del ritardo e capire che non sono egemoni della logica. La teoretica ha generato la scienza (o viceversa, poco importa), ma oggi sono le scienze che hanno posto le domande ed esigono risposte, destinate a rivelarsi difficili perché si vive – e lo si è detto innumerevoli volte – nella post-metafisica. Già la metafisica si era specializzata e distinta in ermeneutica, neuro-psico-analisi…, sconfinando nelle scienze, anch’esse in continua “divisione del lavoro, una frammentazione composita ed esigente: senza risposte “logiche” difficile che se la cavino l’etica e la teologia quando gli umani si trovano davanti un algoritmo o anche solo un umanoide. Solo se ci si accerta del limite umano – p.es. vivere nel 2017 – si può contrastare l’ignoranza residua che si lascia sommergere dall’altro vecchio limite dell’arretratezza delle superstizioni, del pregiudizio, delle leggende (metropolitane), dei culti esoterici, di immaginari malati e, peggio, di seduzioni perverse, masochiste  (e farlocche). Bisognerà rispondere almeno all’intelligenza artificiale, se l’abbiamo inventata.

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