IL CORNO D’AFRICA

Tra le cause di “liberazione dei popoli” che ho seguito con investimento personale di interesse c’è stata anche l’Eritrea. Un paese che ha coinvolto l’Italia dal 1890, quando è divenuta “colonia” dopo alcuni anni di tentativi: gli europei dovevano “civilizzare” l’Africa con il metodo coloniale. Nel 1941 arrivano gli inglesi e l’Onu nel 1952 decide la Federazione Eritreo-Etiopica; dieci anni più tardi Hailé Selassié si annette l’Eritrea. Inizia la guerra di indipendenza (Fle e Fple, i due Fronti concorrenti), Selassié viene deposto nel 1974, arrivano in Etiopia russi e cubani, e inizia la “questione del Corno d’Africa”. Per Paietta l’Eritrea non era storicamente mai esistita: quand’anche, l’avremmo inventata noi italiani. La regione sembra la più adatta a un confronto Est/Ovest: la Somalia di Siad Barre, socialista amico di Lelio Basso che avrebbe dovuto scrivere la Costituzione somala, che dovette concedere la base di Berbera agli Usa come necessario contrappeso all’Etiopia di Menghistu divenuto filosovietico; fino al 1988 quando il Fronte popolare libera le città importanti, Menghistu fugge in Zimbabwe, Afwerki si trova ad aver vinto (300.000 morti eritrei); referendum Onu, Indipendenza e inizio contenziosi con Etiopia e guerriglia (nel 1999 l’Onu decreta l’embargo contro i due paesi). Accordi di pace ad Algeri, ma inizia la via dittatoriale di Afewerki. Non solo Usa (l’Eritrea “stato canaglia”), ma Onu, Amnesty, Human Righits W. denunciano torture, repressioni, aiuto agli islamisti ecc., insomma il peggio.
Quest’anno in Etiopia vince le elezioni Abiy Ahmed Ali che ha il coraggio di aprire un negoziato di pace con Afewerki, immediatamente accolto e per ora risolto con soddisfazione della gente. La soluzione semplice fino al semplicismo – cercare il dialogo “a prescindere” anche con il tiranno – non è senza fatica di lavori tattici di buona diplomazia, ma sempre possibile con un po’ di coraggio. Per me che ho molto lavorato per il Corno d’Africa, sia per la presenza a Bologna dei rappresentanti Fple e Fle e per le convention di tutti gli eritrei presenti sul territorio italiano con i relativi contatti necessari per avere informazioni, anche se la divisione tradizionale anche nelle diaspore tra comunisti e socioliberali non dava margini a operazioni unitarie sul territorio: per me resta esemplare la figura di Embainesh, una donna eritrea che ha lavorato in città presso le organizzazioni del pci, ma che è finita isolata dai suoi compagni, in difficoltà e, soprattutto, in disagio profondo perché capiva che la realtà non si adeguava alle speranze delle lotte di liberazione: da molto non mi ha cercato, né la incontro: voglio credere che sia tornata in Africa. 
Tuttavia Etiopia (Eritrea) e Somalia erano sempre alla mia attenzione di parlamentare, sia per seguirne gli eventi politici da una prospettiva di liberazione, sia soprattutto perché a mio avviso il Corno d’Africa è stato sede del nostro colonialismo fascista ed era mio convincimento che l’Italia dovesse risarcire i danni. L’impasse era pesante perché Menghistu, personaggio ambiguo e squalificato, era pur sempre legato all’Urss come il partito comunista, mentre Siad Barre, che ho conosciuto personalmente quando come presidente della Lega dei diritti dei popoli sono stata a conoscere la Somalia (e che mi aveva presentato un giovane politico laureato in medicina in Italia, Mohammed Aden Sheikh, poi dissidente, imprigionato, poi assolto che si stabilì a Bologna per esercitare la professione e a Torino a dirigere una clinica, una persona generosa e gentile) rimase più vicino all’area socialista, anche dopo le disavventure del paese portato nell’area degli interessi americani e destinato, dopo qualche anno allo sfascio totale. 
Il Corno d’Africa, nelle sue diverse componenti, è stato il luogo del colonialismo italiano di epoca fascista: per la mia moralità il luogo a cui i nostri governi democratici debbono risarcimento. Con la cooperazione italiana abbiamo prodotto solo interessi per noi e disastri per i somali. Non ci sono parole. Per questo mi sembra un miracolo l’operazione del nuovo Presidente del Consiglio (Presidente della Repubblica è una donna) Abiy Ahmed, che viene sentito come un nuovo Mandela.

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