Nel 2009 il governatore della Banca Centrale della Cina), Zhou Xiaochuan, pose il tema  della vulnerabilità e intrinseca instabilità di un sistema monetario in cui viene adottata come valuta internazionale di riserva una moneta nazionale la cui offerta, e il cui valore, risente inevitabilmente degli obiettivi nazionali di policy perseguiti dalle autorità nazionali di emissione. Sarebbe il dollaro.
Il cinese propugnava un graduale passaggio all’adozione dei Diritti speciali di prelievo del Fmi come base di una valuta di riserva internazionale di tipo sovranazionale e quindi di una gestione della liquidità internazionale maggiormente affidata a una istituzione globale come il Fondo monetario internazionale. Un richiamo esplicito era all’idea del “bancor” di John Maynard Keynes, sconfitta dal sistema di Bretton Woods.
Sono passati dieci anni e oggi sembra di essere in un’altra era. Allora il disequilibrio globale risiedeva nel grande surplus commerciale cinese i cui proventi in dollari venivano utilizzati per parte importante per finanziare il grande deficit commerciale americano. Sostanzialmente, il risparmio cinese finanziava i consumi americani che a loro volta sostenevano le esportazioni cinesi. Nel pieno della crisi finanziaria del 2009, un elemento centrale del contendere era, quindi, il modo di eliminare gli squilibri suddetti e, per la Cina, era importante evitare una forte svalutazione delle sue enormi riserve in dollari. L’obiettivo, tuttavia, sembrava essere quello di trovare un sistema cooperativo in un mondo in cui gli equilibri economici globali stavano rapidamente cambiando. Oggi il surplus commerciale cinese si è praticamente azzerato e siamo nel mezzo di una guerra commerciale che appare sempre più come una prima fase di un confronto strategico per il predominio economico piuttosto che come ricerca di riequilibrio delle bilance commerciali, che sostanzialmente dipendono dai deficit di bilancio. E preoccupano i primi ostacoli posti allo scambio internazionale di input intermedi ad alto contenuto tecnologico (vedi il caso Huawei) perché pongono in discussione le global supply chain su cui si è fondata fino a oggi la globalizzazione dell’economia. Ma se questa sarà l’evoluzione del confronto strategico tra Stati Uniti e Cina, la sua prossima fase rischia di essere una guerra valutaria.
Attualmente, più del 60% delle riserve delle banche centrali del mondo sono in dollari, e circa l’80% del commercio mondiale è fatturato in dollari. Soprattutto, intorno al dollaro come valuta internazionale è costruita l’infrastruttura finanziaria internazionale e molta parte del sistema internazionale di pagamenti, come la rete euro-americana Swift (Society for worldwide interbank financial telecommunication). Inoltre, parte delle sanzioni economiche internazionali già passano e in futuro potrebbero maggiormente passare proprio dalla possibilità di escludere dal pieno accesso a queste infrastrutture flussi finanziari che interessano imprese e Paesi che si vogliono colpire perché considerati antagonisti agli interessi nazionali. Molti definiscono questa possibilità come dollar weaponization, cioè l’uso legale del sistema basato sul dollaro come arma nella competizione globale, la cui conseguenza sarebbe inevitabilmente l’ulteriore frammentazione dei mercati globali. Adesso tocca a Christine Lagarde per l’Europa.
(dal “Sole24ore” del 1.xi.2019)

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