La vigilia di Natale Claudio Magris ha pubblicato sul Corriere della Sera la favola del pifferaio: 

“Nel 1284, dice quella fiaba, arrivò a Hamelin, una cittadina della Germania, un uomo che promise di liberare la città, dietro compenso,  topi e dai ratti che la infestavano. Infatti, non appena si mise a suonare il suo piffero, topi e ratti uscirono dalle case e dalle fogne e si misero a seguirlo, affascinati dalla sua musica, e lo seguirono anche quando egli entrò nel fiume Weser, dove affogarono tutti. Ma poiché i cittadini di Hamelin non gli avevano dato la somma pattuita, dopo qualche tempo egli ritornò e ricominciò a suonare percorrendo tutte le vie della città, seguito stavolta non da topi ma da bambini e bambine — circa centotrenta, dice la fiaba — che camminarono dietro a lui, ballando al suono della sua musica, sino a una grande montagna dove scomparvero per sempre, forse in una grotta buia e profonda“.

E’ una favola macabra, da fantasie perverse del Medievo nordico. Io ricordo ancora il rifiuto terrorizzato con cui la respinsi bambina. E concordo ancora con quell’emozione: la vendetta spietata era davvero una crudeltà risarcitoria inaccettabile. Tuttavia la favola ha avuto un seguito metaforico e i bambini furono chiamati a rappresentare l’umanità immatura incapace di scegliere tra bene e male, che segue incosciente il pifferaio di turno andando a finir male e causando danni ai altri, i genitori, che rappresenterebbero la società matura e saggia, ma corrotta e fraudolenta che causa mali e pagherà dolori. Continua a non piacermi. Ma che la gente sia stupida e scelga il peggio, pur sapendo è la verità.Va bene usare la metafora, ma mi resta la voglia di cancellare anche questa constatazione sulla società.