Noi Donne 1 giugno 2015

HILLARY CLINTON E LA RESISTENZA

di Giancarla Codrignani

L’intellettuale francese Christian Salmon commenta così la candidatura di Hillary Clinton: “Se lei regalasse a Obama una delle sue palle, ne avrebbero due ciascuno”. Non è una delle solite, tristi, battute maschili nei confronti delle donne in carriera; è molto peggio: riconosce in una donna possibile Presidente degli Usa i connotati storici del proprio genere.
Di femminile Hillary, fin qui, ha mostrato il “dovere” di chiudere un occhio sulle idiozie del marito per “difendere la famiglia”. Oggi dice: “I’m running for president. Everyday Americans need a champion, and I want to be that champion” (mi candido alla Presidenza: ogni giorno gli americani hanno bisogno un campione, io voglio essere quel campione”). Ed io sono un poco inquieta. Anche perché è stata lei a voler liberare la Siria dalla tirannide armando i sunniti, impresa che, giudicando da uomo, non è stata un gran che.
Le donne di potere, d’altra parte, entrano d’obbligo nel tunnel di quella parità che l’uomo non riconoscerà mai contraddittoria all’uguaglianza: il modello è unico, senza differenze di diritti e di regole sociopolitiche. Vedi le “governanti” Angela Merkel o Dilma Rousseff. Solo Christine Lagarde, capo del Fondo Monetario, in un’intervista contesta: “se fossi davvero potente potrei ridurre la disoccupazione. E anche portare un po’ più di buonsenso in stanze dove c’è troppo testosterone e troppa presunzione”.
La storia non si fa con i “se”. Tuttavia… se verificassimo quanto l’esclusione delle donne – il “grande spreco” – ha danneggiato la realizzazione di un diverso potere? Machiavelli, in fondo, non aveva del potere un’idea esaltante: forse perfino a lui sarebbe piaciuto farsi un’idea “di genere” sul testosterone.
Abbiamo celebrato il “Settantesimo della Liberazione”. Di anni in cui uomini e donne mettevano a rischio la stessa vita contro il nazifascismo, ormai identificabile con la violenza, la morte, la guerra (tutte cose in odio alle donne più che al bisogno di potere dei maschi). Ma le donne pensavano di uscirne in altro modo. Con pari autorità ma diversa idea del potere. A beneficio di tutti.
Sono tanti i libri sulla “resistenza al femminile” che raccontano la delusione e la rabbia di essere state cancellate fin dalla sfilata del giorno trionfale perché <>. La resistenza taciuta di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina (del 1976, riedita da Bollati Boringhieri nel 2003) raccoglie le testimonianze di dodici partigiane piemontesi che evidenziano – dice Anna Bravo – la soggettività femminile come “luogo di tensione tra coazione e libertà e strumento di ininterrotta contrattazione con le norme e con se stesse”. La “staffetta” (riduttivo al posto della “partigiana”) <> (Elsinky). E’ un’altra resistenza, non militare anche quando spara. Alle donne non verranno riconosciuti né l’appartenenza alla lotta di Liberazione né i gradi e a chi chiede spiegazione il compagno dell’Anpi risponde <>. <> e anche Vittoria, che aveva ospitato gli inglesi, rifiuta l’assegno e dice alle autorità britanniche che la decorano, che conosceva gli inglesi per i bombardamenti, ma ha rischiato la vita per loro per far capire che l’Italia antifascista era “la vera Italia”.
Arrigo Boldrini, esperto militare, riteneva che, essendo il rapporto tra combattenti e addetti ai servizi di 1 a 7 (e nella guerra partigiana da 1 a 15), il numero ufficiale delle donne partigiane fosse fortemente deficitario. D’altra parte la scelta di tante donne non è di diventare soldate: la guerra è orribile, la si fa per porvi fine, ma è gratis. Dopo si lavora per la pace: <> (Lucia). E’ un’altra idea del vincere.
Dopo, le partigiane riconosceranno che <> (Laura). Perché loro sarebbero <
>. I compagni non portano la moglie ai dibattiti perché “tanto non capisce”: <> (Vittoria). Eppure, anche se “nei rapporti all’interno della famiglia c’è ancora una mentalità vecchia….<> (Cecilia). Trottolina, diciotto anni, era la sola donna del distaccamento maschile e aveva <>. A Trottolina si aggiunge Matilde: <>.
Anzi, <> (Iuccia).
Non erano donne eccezionali. Era la ragazza sposata dai genitori perché lui “tiene un’azienda”, mentre in realtà era lo scansafatiche violento e ubriacone che la famiglia voleva scaricare ad una sposina a cui il marito avrebbe fatto “anche fisicamente orrore”. Era la piccola borghese che in collegio sentiva la suora inveire contro Mussolini (“cretino,cretino”) ascoltando la radio. Era l’ostetrica “la sola donna pubblicamente scomunicata in provincia di Cuneo”. Donne fiere e felici di quello che facevano, consapevoli di contribuire al bene della società intera che non doveva mai più finire nelle dittature che portano sempre alle guerre. Ad alcune il marito non ha poi permesso di fare politica e sono piene di rimpianto per il passato. Come dice Anna Bravo, hanno agito con la “logica del dono”, con un’idea del rapporto con l’uomo fondato su scambio, reciprocità, progettazione comune e magari con un po’ del disprezzo femminile per l’infantilismo e la vanità maschile che rende vulnerabili le donne davanti al potere. Se fossero state “compagne” anche dopo la Liberazione avrebbero messo corpi e cuori nelle istituzioni organizzando “una quotidianità dove ci sia posto per la politica e una politica che non devasti la quotidianità”.
Solo che a “loro ha fatto comodo” che le donne non avessero rappresentanza del loro diritti diversi; molte hanno tradizionalmente accettato le ragioni del potere unico e quell’ “essenziale funzione familiare”, come dice la Costituzione, che le rende un ammortizzatore sociale. Potranno accettare anche il modello unico, quello in cui le donne sperdono la differenza del gender?
Intanto, mentre Hillary si candida, Samantha Cristoforetti rientra dal volo orbitale indicando percorsi di futuro da riempire di senso e non solo di robot. Per individui da rendere tutti uguali? tutti paritariamente “maschi”?

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