LA DIFESA EUROPEA

Giancarla Codrignani

Personalmente non ho esitazioni a riconoscermi pacifista e antimilitarista. Questo non significa che sia possibile non ritenere il Ministero della Difesa una struttura fondamentale dello Stato e i militari dei funzionari, dei lavoratori statali come gli altri. Da parlamentare, ho “prestato servizio” – per stare nel linguaggio – sulle competenze; al massimo mi permettevo di sottolineare – quando si parlava di un nuovo sistema d’arma e lo si giustificava (perché non solo i parlamentari, ma gli stessi militari ormai si cautelano in questi casi) con “i benefici effetti di ricaduta sul civile” – che “sarebbe meglio investire nel civile per ottenere benefici effetti di ricaduta sul militare”, una considerazione, evidentemente propria di una donna, anche se imbarazzante.
Oggi, sempre seguendo il filo di ragionamenti non conformi, penso che dobbiamo, anche a proposito della difesa del nostro continente, ragionare del contingente con il pensiero rivolto al futuro, ormai a breve. Infatti, se dobbiamo trattare di difesa, siamo alla vigilia di una fase in cui la sicurezza si relativizza ogni giorno di più. Se una squadra di Hacker prendesse di mira il Pentagono (o l’apparato di un governo), sarebbe techno-war? Intanto sono già in corso info-war e psycho-war che – direte – sono sempre esistite, anche se mai su scala globale e con più rischio per il vuoto critico della diffusa comunicazione social.
Comunque, nel contesto europeo, in cui il Nord non si vive come mediterraneo, l’Italia si trova ora in una posizione molto adatta a dare conto della complessità del momento, tra paesi dell’Est che portano ancora le conseguenze dell’eredità sovietica e le mire della Russia odierna, il Medio Oriente sempre più allargato e connesso con l’Occidente, la necessità dei collegamenti con i paesi africani non mediterranei per controllare i flussi migratori, i problemi europei interni della Brexit britannica o della Catalogna anticipatori delle suggestioni nazionaliste che alimentano il nuovo pensiero delle destre; sullo sfondo gli Stati Uniti a presidenza Trump e le basi americane sul territorio di quasi tutti.
Una prima questione “classica” è verificare di quale difesa stiamo interessandoci. Ci va bene la protezione americana, tenuto anche conto, appunto, delle numerose basi statunitensi, anche nucleari, concesse nel tempo sul territorio italiano? Preferiamo la Nato (a cui Trump intende tagliare i finanziamenti e che conserva la presenza britannica anche dopo Brexit)? O pensiamo ad una “difesa europea”, tenuto conto che non riusciamo a capire quale difesa possa fornire all’UE l’esercito lussemburghese o quello belga? A meno che non sia così grande la stoltezza di non apprezzare il fatto che, dalla fine della seconda guerra “mondiale”, dopo secoli di guerre ininterrotte tra noi europei, da oltre settant’anni viviamo senza che i conflitti facciano subito pensare alla via falsamente ritenuta breve della guerra.
Si può aggiungere un argomento demagogico per sostenere la “bontà” di una difesa europea. La spesa di 27 eserciti di paesi interni all’Unione (che si spera tornino 28 per rinsavimento britannico) è ingente, intriga i bilanci dei diversi paesi e le forze – tranne che per i paesi “di frontiera” (non del proprio territorio, ma dell’UE) come l’Italia, che è una sorta di portamissili nel Mediterraneo – non sono addestrate a reggere un attacco né al proprio Stato, né, tanto meno, all’Unione. Se dovessimo essere soli e divisi a difendere i confini europei, andrebbe ben peggio che con le migrazioni. Ovvio che la scelta europea è la sola ragionevole, anche se non si può indulgere al populismo e dire che è facile mettere intorno ad un tavolo 27 Capi di Stato maggiore e pretendere che tranquillamente eleggano un Presidente e votino una strategia comune.
Sono passati cent’anni dall’inizio della Conferenza di Pace di Parigi che produsse il Trattato di Versailles. Keynes fu molto critico nei confronti delle divisioni tra Wilson, Lloyd George e Clemenceau per l’eccesso di carne al fuoco e per la scarsa competenza dei politici. Le difficoltà della Società delle Nazioni dimostrarono che le buone intenzioni non riparano dai fallimenti. Oggi confidiamo nelle Nazioni Unite, dove i principio democratico dà la maggioranza ai paesi non occidentali e dove la creazione originaria del Consiglio di Sicurezza dei Big five trova detentrici del veto potenze come Usa, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina, che non illudono nessuno su accordi incontrastati.
Ma oggi come è possibile pensare una condivisione tra paesi europei senza avere l’unione politica? Non si fa storia con i se, ma ritengo paradossalmente vero che, se fosse stata possibile la Ced negli anni Cinquanta che fu bocciata dalla Francia nel 1954, ma resa anche irrealizzabile per la presenza di forti partiti socialisti e comunisti che la percepivano, come era, una strategia antisovietica, si sarebbe arrivati all’unione politica per necessità di avere non uno strumento militare, ma una strategia di politica estera comune.
Oggi l’Unione appare estremamente debole in una situazione generale di instabilità, anche se resta il baluardo di protezione dei singoli Stati per quelli che sono i valori comuni. Tuttavia, concretamente, dal punto di vista delle innovazioni tecnologiche, della ricerca scientifica, delle relazioni internazionali, l’Europa, sia come UE, sia nei singoli Stati, è per ora uno spazio in cui circolano liberamente le merci, i capitali, le persone (non tutte), ma la coesione è minima. Il programma globale europeo per Ricerca e Sviluppo (ReS) impegna circa 8 mld. di euro solo teoricamente, mentre di fatto per l’innovazione vengono spese poche centinaia di milioni. Per un confronto degno di considerazione da parte degli europeisti, federalisti in particolare, vale la pena di citare gli Usa, che investono in ReS 70 mld, di cui 20 in innovazione tecnologica: sono “Stati Uniti”, gli europei, di fronte a un pericolo serio e improvviso, non saprebbero che fare. Da notare anche la capacità tecnica degli eserciti: in Europa si contano 178 sistemi d’arma; negli Usa 30. Quando si fanno sinergie, si arriva agli Eurofighter. Anche il caso degli F 35 è diventato un caso psicanalitico.
Intanto, uscita la Gran Bretagna, solo la Francia è potenza nucleare, cosa che la rende il solo leader strategico; mentre Trump è uscito dal Trattato INF, quello per cui, ai tempi della guerra fredda, l’Italia avrebbe dovuto impiantare i missili americani a medio raggio (in grado di colpire l’Urss) a Comiso. Oggi peraltro a Niscemi è stanziato il sistema satellitare MUOS, uno dei quattro che costituiscono, allertati, la rete comunicativa globale che potrebbe avere utilizzazioni per la sicurezza non solo militare, ma anche industriale. Dal 2003 l’Europa ha partecipato a 10 operazioni militari e 21 missioni civili.
Se consideriamo il Trattato di Lisbona, il Protocollo definisce la Permanent Structured Cooperation, vale a dire il fronte comune di sicurezza e difesa, la cosiddetta PESCO, che finalmente ha trovato un decollo per la sapiente decisione di Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Così anche il Fiscal Compact ha trovato gemello un Defence Compact. Peraltro si sono resi necessari i monitoraggio del terrorismo, la sicurezza dei danni, il networking operativo… conquiste su cui non si torna più indietro.
I rapporti annuali della Difesa confermano in tutti i paesi carenze e ritardi: ci si vanta di avere maggior consapevolezza del ruolo e nuove ambizioni per fronteggiare nuove sfide, ma nessuno è in condizione di dare effettività ai propositi. Se l’ultimo (almeno sembra) libro bianco della difesa nel 2015 rivolge la sua attenzione all’ambito euro-mediterraneo, scontenta i pacifisti perché la spesa militare è da un punto di vista radicale sempre eccessiva a causa del nostro terzo posto in UE per le spese della Difesa; va tuttavia detto che l’Italia ha dedicato un’attenzione particolare e non comune alla formazione della “difesa nonviolenta”. Il rapporto annuale della Germania denuncia una carenza di 21 effettivi nell’esercito, la non disponibilità di 9 sottomarini nella Marina militare tedesca e, per l’Aviazione, la mancanza di Tornado con in più il solito “buco” degli F35, che tutti hanno acquistati in numero eccessivo e per di più senza ragione. L’America ha retto fin qui i destini del mondo creando degenerazioni di conflitti esistenti e l’Europa ha fruito insieme della pace interna e dei proventi delle armi vendute nelle guerre create sostanzialmente sempre dalla potenza protettrice. Oggi anche gli Usa sembrano in ritirata, non perché ha cominciato Obama e oggi se lo propone Trump, ma perché, visto dal Pentagono, non c’è più solo il teatro europeo, ma il Sudest asiatico e il Pacifico e se la Cina intraprendesse la sua corsa all’imperialismo, agli Stati Uniti non conviene più la sfida. Anche sul nemico islamico per eccellenza, l’Iran, che per gli americani filo-sunniti per ragioni petrolifere e quindi amici dell’Arabia saudita, non degli sciiti, rappresenta Satana, Trump ondeggia tra l’aggressività delle dichiarazioni contro il nucleare iraniano e la reintroduzione del boicottaggio, ma sostanzialmente non dovrebbe azzardarsi a mettere fuoco sul petrolio in un’area pericolosissima. Israele è nucleare, oltre la Siria e l’Afganistan si arriva facilmente nel Pakistan islamico e nucleare, sempre in conflitto con l’India anch’essa nucleare per analogo dono americano.
Non è eccelsa la qualità dei politici europei, ma Federica Mogherini, ben diversamente da Lady Ashiton, ha pilotato egregiamente – per riconoscimento di tutta la stampa europea, tranbne quella italiana – la politica estera e della difesa europee e non solo è riuscita a far partire la Pesco, ma ha risposto al boicottaggio contro l’Iran, imposto da Trump, con lo Special Purpose Vehicle per sostenere gli scami commerciali senza esporre le imprese europee a ripercussioni da parte americana.
Tuttavia il tempo lavora, se l’insipienza umana non produce altri disastri, a favore della pace, sia pure in un certo senso. Infatti il caso Huawei ci riporta all’inizio di questo ragionamento a sostegno del rafforzamento del progetto unitario europeo anche nel campo della difesa, perché l’arma di cui Trump ha paura e che ha reso il Canada consenziente alla consegna agli Usa della direttrice della tecnologia cinese, denunciata per frode ai danni di banche a mericanee per affari con l’Iran, non è un’arma più perfezionata ma ormai tradizionale come la stessa bomba all’idrogeno, ma la Rete 5 G. Che controlla velocemente i flussi delle informazioni e può modificare i dati degli utenti senza che se ne rendano conto. L’utente può esser un’impresa, ma anche un governo, un esercito, un servizio d’intelligence. Trump chiede agli alleati di non accettare Huawey. E Mogherini è in scadenza…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *