Il Sole24Ore pubblica la presentazione della ristampa di “La critica del testo” di Paul Maas, un saggio per classicisti del 1927 di cui mi ero totalmente dimenticata, anche se nominato innumerevoli volte nel corso dei miei studi. Ma mi rendo conto del suo pregio oggi, leggendo l’articolo di Claudio Giunta. Perché mi viene in mente l’edizione di Catullo che ho curato io e che è stata pubblicata tra gli Studi dell’Istituto di Filologia clasica dall’Università di Bologna: lo dico per esteso perché sembra un vanto e in certo senso lo fu, un libro con il mio nome. Eppure quel un po’ ridicolo Ioanna Carola in latino in testa a un lavoro tutto scritto in latino che sapevo inutile perché a Pisa c’era già una macchina in grado di leggere un codice meglio dell’occhio umano,gli  ma che per quella sorta di devozione che avevo per l’Università e il sapere (due cose da non confondere né sovrapporre) mi costò un anno di lavoro e quando un critico lo giudicò, appunto, inutile, gli scrissi per dirgli che ero d’accordo e ricevetti una risposta piena di sensi di colpa in cui condannava i metodi di un’università che impone lavori insensati agli allievi subalterni. Non sarebbe stato così secondo il Maas, uno scienziato ebreo a cui fu tolta la cattedra a Konisberg e dopo la notte dei cristalli subì il carcere, e finì a Oxford per sfuggire al nazismo (sua sorella per evitare la deportazione si uccise). Ma fu “l’unico che tenne testa al Wilamowitz”, da me contestato come adepto del dogmatico culto della consecutio temporum, sempre sulla bocca dei miei prof. Invece lui era uno consapevole che la ricerca dell’autenticità dei testi (ardua per gli antichi che sono arrivati in copie diverse dipendenti da un numero x di archetipi) deve ricorrere alla divinatio e alla fantasia: tutte le interpretazioni sono suggestive e la disamina di precisione non può prescindere dalle intuizioni. Diceva: “c’è troppo poca vita nei nostri apparati critici”. Vita, infatti, totalmente assente nel mio piccolo Catullo…

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