PER LE DONNE RAGIONARE DI “CURA” E’ FARE FILOSOFIA.

Giancarla Codrignani

E’ necessario, soprattutto quando la storia del mondo volta pagina in fretta, pensare al senso delle parole che pronunciamo nel fluire dei discorsi. La parola “cura” fornisce un buon campione per rifletterci dentro. Il dizionario Garzanti registra in primo luogo il significato di “atteggiamento premuroso e costante verso qualcuno o qualcosa” e ne fa derivare la dedizione alla famiglia, l’accuratezza nell’eseguire un lavoro o un compito, l’opera del sacerdote e, infine, l’assistenza medica; non manca in conclusione una variante fastidiosa, la preoccupazione. Analogamente il Treccani specifica che è “cura” “l’interessamento solerte” e apre un ventaglio di esempi: dedicare ogni cura alla famiglia, all’educazione dei figli, ai propri interessi; avere c., prendersi c. di qualcuno o di qualche cosa, occuparsene attivamente, provvedere alle sue necessità, alla sua conservazione; avere c. della propria persona, dei propri oggetti; avere c. del bestiame, dei fiori, dell’orto; mentre non darsi c. di nulla equivale a disinteressarsi di tutto, essere indolente. In particolare sottolinea la cura in zoologia e in agraria (c. colturali, quelle dedicate alle piante coltivate, dopo la loro nascita e nel corso della loro vegetazione: zappature, rincalzature, diradamenti, concimazioni in copertura, scerbature, cimatura, ecc.); e perfino nella tabacchicoltura (trattamento a cui vengono sottoposte le foglie dopo la raccolta: c. al sole; c. ad aria; c. a fuoco diretto). Seguono gli esempi per altri significati: cure pazienti, assidue, affettuose, materne, filiali… affidare i figli alle c. di un buon maestro; “indagare” con la massima cura. A continuazione il sanitario (la c. dei tumori, delle affezioni polmonari, delle nefropatie; c. dimagrante; una c. efficace, miracolosa; c. preventiva,… fare la c. del chinino, del cortisone, degli antibiotici; la c. delle acque. Infine l’attività di “assistenza” e “sorveglianza” (cura di un fallimento, degli affari, dell’azienda, del patrimonio;) la cura d’anime e il conclusivo “pensiero molesto, affanno, preoccupazione”.
Per fortuna chi digita la parola sulla rete trova un intervento anonimo che funge da premessa: “La cura è responsabilità. La responsabilità che segue l’osservazione. Che sia una terapia medica, una preoccupazione, o un accudire il progetto di una vita altrui, la cura è responsabilità. In effetti sembra che sia il lato attivo, il paradigma dell’amore stesso – di un amore non fatuo, non impalpabile, ma concreto”. Finalmente ci siamo: l’elencazione seriale apre alla concettualità che sostanzialmente unifica i significati e li immette in un ambito più serio.
Si può pensare che chi ha sintetizzato così il contenuto di una parola resa impegnativa dal pensiero femminista sia una donna, Infatti, comunemente, la parola “cura” – escludendo il valore sanitario – viene ancora riferita ai compiti addossati prevalentemente alle donne circa il buon ordine della casa: nonostante gli studi di etica di genere, siamo ancora fermi alle faccende domestiche: anche un uomo che sia un buon compagno ritiene che il termine lo riguardi quando accompagna i bambini, va a fare la spesa o, perfino, stira.
A ben guardare, dentro gli esempi forniti dai lessici si scopre, invece, che si tratta di questioni fondamentali. Perché la cura medica in tutti le sue diversificazioni riguarda la salute; la cura della famiglia, dei figli (oggi dobbiamo aggiungere i genitori anziani) e, non ultima, anche “la cura di sé” sono fondamenti di un buon vivere sociale; lo svolgere attentamente i propri compiti è altrettanto necessario per il lavoro, gli affari; solo la cura dell’anima non trova esemplificazioni perché normalmente delegata al sacerdote, mentre dovrebbe essere in primo piano “aver cura di sé”. Non è casuale, inoltre, che gli aggettivi pertinenti agli esempi di “cura” siano gentili: cure pazienti, assidue, affettuose, materne, filiali.. e anche il fatto che “non darsi cura” significhi restare nell’inerzia, nell’indifferenza, nel disimpegno ha un giusto rilievo. Stando così le cose, che risposte vengono date a quella che appare un’esigenza comune e di tanto valore? Di fatto per lo Stato la famiglia è un ammortizzatore sociale, la relazione di coppia resta gerarchica e soggetta al ricatto sessuale, l’anima delle donne viene affidata a uomini celibi, il lavoro utilizza le capacità specifiche femminili ai bassi livelli e non nell’organizzazione di aziende, università, ospedali, nonostante i complimenti al maggiore intuito e all’essere multitasking.
In politica le donne hanno ottenuto le “quote rosa”, amatodiate perché sono state il mezzo per superare, almeno parzialmente, la contraddizione tra l’essere il 52 % dell’elettorato e il 20 % delle presenze istituzionali. Ma la “cura” della cosa pubblica resta quella tradizionale. Per essere il “paradigma di un amore non fatuo” bisognerebbe poter cambiare le priorità delle politiche convenzionali; per ora la ministra della Difesa non si occuperà degli asili-nido dei bambini dei dipendenti dell’esercito, ma degli F 35.
Eppure il potere patriarcale avendo imposto alla “cura” una funzione di servizio, perfino virtuoso, non poteva ignorarne gli aspetti concettuali, etici, sociali. La cura, infatti, presiede alla sopravvivenza e alla convivenza: fa parte dei valori forti in una forma che ritengo particolarmente rilevante un un momento storico in cui è evidente il bisogno di modificare il sistema tradizionale senza intaccare i valori. Probabilmente dovremmo essere capaci di passare da un sistema fondato sulla produzione di merci ad un sistema fondato sul soddisfacimento dei bisogni umani. La società non è un’astrazione, nemmeno quando cerca di muoversi nella complessità e di adeguarsi alle innovazioni comunicative e alle intelligenze artificiali. Le persone si realizzano solo nella relazione reciproca: tra chi cura e la persona/le persone (o le cose) destinatarie della cura la relazione è asimmetrica ma non dipendente e non produce gerarchie né scarti. In questo la presenza della cultura delle donne si rivela essenziale. Non per un privilegio di genere, ma per interesse di tutti.
Carol Gilligan ritiene che la differenza di genere e il rapporto che intercorre tra l’uomo e la donna si esplicitino nell’opposizione tra “giustizia” e “cura”, perché il tema dell’equità e dei diritti interseca il tema della cura e della responsabilità: la giustizia è interpretata secondo la logica maschile, mentre la cura appartiene anche al corpo e alle sue emozioni. Le donne non avrebbero inventato il giusnaturalismo perché nessuno sa che cosa sia davvero quella natura di cui si parla come valore non negoziabile. Il “non fare ad altri…” significa non aver cura del prossimo con una qualunque pratica anche di volontariato, ma considerare l’altro a partire dalla consapevolezza di far parte di uno stesso circuito emozionale. Una società che dia priorità anche ai corpi, al loro sentire ha come finalità il benessere e vive condizioni più equilibrate e meno conflittuali. In una parola alza il livello della democrazia.
C’è, infatti, un implicito valore politico nella “cura”. Pensiamo ad amministratori, a funzionari pubblici, a rappresentanti eletti del popolo che si prendono “cura” dei cittadini e dei territori: perde senso lo stereotipo tradizionale che vuole lo Stato analogo alla famiglia, perché è piuttosto vero contrario. Nella famiglia possono succedere i peggiori reati, si offende, si picchia, si stupra, si pratica la pedofilia, perfino si uccide. Se i “servitori delle Stato” dovessero imparare per vincere i concorsi a tenere in braccio la polis come se fosse un figlio o una madre, e dovessero usare le competenze per curare la vita civile che, anche se ne sembra ignara, ha bisogno di essere affettuosa, molti problemi potrebbero trovare composizione e si supererebbero competizioni e meschinità che ancora affliggono la vita associata. La buona relazionalità, nella coppia o nella polis, è reciproca, paritaria, non egoista: responsabile di sé e degli altri, non usa la forza, non mette mano alla spada tutte le volte che la storia la provoca, è parente stretta della nonviolenza, sapendo che gli esseri umani sono fragili e vulnerabili. Ma apre anche orizzonti di giustizia.
Nel 411 a.Cr. ad Atene – durante la guerra – venne messa in scena la Lisistrata, una commedia spesso volta al giocoso per la fantasia delle donne che fanno sciopero del letto. Di fatto Aristofane fa dire a una donna dal nome strano (abolitrice degli eserciti) che la guerra è stupida, che i problemi internazionali si risolvono con la diplomazia – proprio come le donne fanno nella tessitura, con la spola che va su e giù – e quelli interni eliminando la corruzione – come quando la lana tosata dalle pecore e piena di caccole viene sbattuta e bastonata per poterla filare. Filando e tessendo le donne insegnano che le opere della cura servono “a fare una veste pulita per la città”.

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