Massimo Cacciari sta esprimendo il meglio di sé. Il filosofo difficile che non ha ancora risolto tutti i suoi problemi e non raggiunge ancora la semplicità dei grandi, sotto la spinta dell’indignazione per un paese ignorante in mano a incapaci, riesce a dire cose necessarie splendidamente. Questa autenticità è il Cacciari che quasi sempre si nasconde. Sento il bisogno di mettere nel mio blog questo suo intervento

Senza giustizia non c’è democrazia
di Massimo Cacciari
L’Espresso, 20 gennaio 2019
Tra i benefici che arreca quest’epoca in cui tutti sono informati su tutto e perciò esonerati dal comprendere è da annoverarsi senz’altro quello che impedirà a chicchessia domani di dire “non c’ero”, “non sapevo”. Testimonianze, foto, filmati fanno il giro del mondo a mostrare esodi sanguinosi di milioni di persone, lager, stupri, torture, naufragi.
Le ragioni profonde, le cause che rendono quegli esodi irreversibili, non solo non vengono affrontate, sembrano neppure più interessare. L’Occidente che per almeno due millenni non ha lasciato il mondo in pace per un solo secondo, l’Occidente che ha fatto del pianeta un unico Globo, ora erige muraglie a sua difesa. Europa e Nord America, che erano 1/3 della popolazione mondiale alla vigilia del primo suicidio europeo (1913) e sono oggi meno di 1/7, per scendere tra breve a meno di 1/10, invocano per salvarsi la saldezza dei propri confini. L’Europa che aveva quasi cinque volte gli abitanti dell’Africa, oggi ne conta la metà.
Nei prossimi trent’anni la popolazione nell’insieme dei Paesi più poveri (che continueranno a esserlo in assoluto sempre di più) raddoppierà, a fronte di nessun aumento nei paesi occidentali dell’ex-benessere. Perché le economie europee possano ancora far lavorare le loro industrie, la loro agricoltura, i loro servizi si calcola che dovremo “accogliere” in qualche modo almeno 8 milioni di persone. Con famiglie o senza? Integrandoli come? Scherziamo?
Chi pone queste domande vive nel mondo dei sogni, è un “buonista”: Il politico di razza, il realista sa bene che il vero problema, invece, è quello di non concedere l’accesso di un porto a una nave, rimandare a casa a morire di fame o di guerra qualche decina di disperati, oppure, più efficace ancora rispetto ai problemi che affliggono l’umanità, promulgare una legge sulla legittima difesa. Tuttavia, ormai, anche ragionamenti basati su inconfutabili elementi di fatto e mero buon senso debbono lasciare il posto a considerazioni culturali di fondo.
Uso il termine “cultura” senza alcun orpello letterario-intellettuale, si tranquillizzino i nostri politici “realisti”: Mi riferisco proprio alle trasformazioni rapidissime e radicali del nostro ethos, del senso comune, del modo in cui percepiamo il nostro mondo e i nostri rapporti con gli altri. In ogni comunità si formano dei “termini” (chiamiamoli così, altri avrebbero detto una volta “valori” – ricordate i tempi in cui tutti se ne riempivano la bocca?) intorno al cui significato ci intendiamo o fra-intendiamo, termini che ci forniscono una sorta di orizzonte comune, al di là dei diversi interessi e delle diverse tendenze politiche. Sono “termini”, lo concedo, molto vaghi, ma la loro funzione sociale è importantissima, proprio perché è intorno a essi, nel tentativo di definirli, che si accende la discussione pubblica, il confronto nell’agorà comune, e di conseguenza ciascuno può tendere ad adeguarvisi nelle sue pratiche.
Potremmo chiamarli anche elementi della consuetudine o del costume; mille volte traditi nei
fatti, certo, ma mai rinnegati nella loro ragione d’essere. Nulla di statico e sicuro, certo, eppure capaci di orientare la nostra azione, di fornirle un metro in grado di valutarla e correggerla eventualmente.
Negli anni del dopoguerra, dopo il secondo (e per certi aspetti definitivo) suicidio europeo, questi “termini” hanno ruotato intorno a due fondamentali pilastri: che non vi potesse essere libertà senza uguaglianza di opportunità e senza ricercarla su scala globale, e che sovra-ordinato rispetto a ogni legge, norma o disposizione fosse il Principio della difesa della dignità della persona umana, senza distinzione di lingua, di religione, di etnia.
Troppo cara era costata all’Europa la semplice obbedienza alla legge positiva, qualsiasi cosa essa ingiunga; a troppi disastri aveva portato l’idea di una gerarchia di culture e valori che si trasformava in strumento di potere e di sopraffazione sull’altro. L’idea dell’unità politica europea si genera da quei principi e da questa coscienza. Dubito che si stia oggi sgretolando soltanto per le ondate della crisi economica e dell’emergenza immigrazione.
Credo purtroppo si tratti di una crisi di cultura (nel senso che ho spiegato) che matura da tempo e che oggi si dispiega in tutta la sua vastità. Si potrebbe così riassumerne la portata: l’idea di giustizia neglecta terras fugit, fugge disprezzata dalla nostra terra. Intendo giustizia in modo concretissimo, fattore del nostro quotidiano comportamento. Obbedienza alla legge scritta? Certo, ma insieme interpretazione e applicazione della legge sulla base di quei principi. Solo questo? Certamente no, perché giusto sarà il mio agire quando in relazione con gli altri miro anche al loro bene, e non soltanto al mio, quando opero anche per il bene dell’altro, quando comprendo che fare il bene dell’altro è alla lunga anche fare il mio. Giusto è chi prova l’intollerabilità di ogni sofferenza.
E allora seppellisce il fratello e soccorre il naufrago anche quando la legge glielo proibisce. Fino a poco tempo fa si diceva da parte dei “realisti”: quando mai ciò è avvenuto? Quando mai ha regnato questa giustizia? Mai, certo. Ma si avvertiva ancora la grandiosità di simili idee e l’importanza decisiva che esse dovevano rivestire per la formazione dell’unità europea. Ne facevamo addirittura il vanto della nostra civiltà. Ora, più che ignorate, sembra quasi che mai abbiano visto la luce; forse andrebbe promossa anche per loro una Giornata della Memoria.
Magari proprio a Samos; Pitagora sarebbe lieto di accogliere così degni eredi. Credete che si tratti soltanto di quell’astratta idea di giustizia, che nulla ha a che fare col diritto e ancora meno con la politica? Che irresponsabile miopia. Non vedete che è in gioco una forma mentis che investe ogni campo dell’umano agire? Pensare la legge unicamente in base al proprio utile di breve periodo, pensarla in chiave elettorale, pensarla come accomodamento passeggero in funzione di qualche emergenza e null’altro, è la stessa cosa di non aver alcuna strategia in materia di immigrazione, di integrazione, di ambiente, di politica industriale.
Non concepire alcun rapporto tra legge e giustizia equivale esattamente all’impotenza a collegare politiche per l’immigrazione a politiche per il nostro sviluppo, da un lato, e a politica estera con i Paesi africani, dall’altro. La catastrofe culturale che viviamo sul piano della giustizia è segno della possibile, prossima catastrofe della costruzione unitaria europea, che, se avverrà, sarà per responsabilità degli Stati e staterelli europei, non di un’Europa politica che non c’è, degli Stati e staterelli che pretendono di continuare a fare da sé, a darsi leggi all’inseguimento di interessi particolari, che sarebbero invece difendibili soltanto all’interno di una federazione politica. La politica dei “realisti” è la più classica delle politiche dell’illusione.
E la più grande delle illusioni è sperare che in questo contesto la democrazia abbia un futuro. Questa democrazia appare ogni giorno di più in contraddizione col termine stesso di futuro! Un regime capace, quando va bene, di dare qualche risposta la mattina per la sera, incurante di giovani e non nati, del tutto indifferente per ogni ineguaglianza, che non riguardi l’elettorato di questo o quel partito, lascerà inevitabilmente il campo a forme di potere elitario-autoritarie o autocratiche.
Un profetico studioso del nostro tempo ce l’aveva insegnato: la democrazia ha spezzato antiche, pesanti catene, ma se poi gli anelli restano separati l’uno dall’altro, se non sussiste tra loro né patto, né amicizia, né senso di giustizia, se nulla dovrebbe tenerli uniti se non l’obbedienza alla nuda legge, e questa non risponde che a miopi calcoli di utilità, essa si rivelerà prima inutile, inefficace e poi dannosa. Sotto le bandiere di un “realismo” senza virtù e senza idea di giustizia procediamo su questa via, a un passo dal punto di non ritorno.