Quando entro in una discussione, tendo a personalizzare e per vizio professionale può sembrare che voglia sempre far lezione. Oggi scrivo deliberatamente in prima persona e confidenzialmente.
L’evolversi delle situazioni attuali – in un tempo di radicali trasformazioni di quasi tutto – esige che, per fare i conti, ognuno debba partire da sé. Non posso soverchiare il pensiero degli altri pensando che è giusto solo il mio. Nemmeno quando alla prova dei fatti verifico che era davvero giusto. Perché proprio per il fatto di poter presumere di me, debbo rendermi conto del mio essere rimasta minoranza davanti ad una maggioranza che non sbaglia di proposito, ma supponeva di avere ragione. Non ne ricordo il nome, ma di fronte ai banchi della sinistra stava un parlamentare del Movimento Sociale che in vita sua ha sempre portato la camicia nera: credeva al suo fascismo fino a privarsi del piacere dei colori. Mi dava da pensare: la democrazia prevede che la gente sia libera almeno di vestire come gli garba e io ho solo l’obbligo di prevenire che quel simbolo, che rappresenta i metodi della forza e della sopraffazione possa prevalere perché a qualcuno il. nero piace.
Ma se l’ideologia mostra i suoi limiti se non si fonda sulle idee (e sulla libera discussione di quelle idee), nemmeno la religione dà senso se si identifica con un’ideologia. Perché la verità è comunque ricerca e nessuno la trova in tasca.
Nemmeno il Maestro ha “imposto” nulla: oggi la Chiesa ricorda la Trasfigurazione, un metodo pedagogico insolito gli apostoli dimostrano inutile: continuano a sperare che davvero Gesù diventerà re di Israele. Poteva sgridarli e metterli dietro la lavagna, ma si fida: (forse) capiranno. Ci era rimasto male. Anche molti di noi che, vuoi perché “di sinistra”, vuoi perché cattolici “progressisti”, constatano  l’esclusione dalla libertà laica, ma anche quella dei figli di dio. Immagino che se ragionassimo di Cl o, ancor più motivatamente, degli oppositori di Papa Francesco, avremmo opinioni consimili; questo non significa che i diversi non ci siano e che, se non voglio che prevalgano, io possa assumere la logica amico/nemico nei loro confronti. Ieri ascoltavo una bella relazione di Serena Noceti sul diaconato di cui a me non importa quasi nulla (anche se non siamo più “diacone” dal VII secolo, abbiamo continuato ugualmente ad esserlo, fatto salvo che manca la nostra voce dall’altare a predicare il vangelo), ma  mi ha portato con i piedi per terra sentir raccontare da un prete che, mentre esprimeva l’ipotesi che in futuro il diacono potrà essere una diacona, una parrocchiana commentava “spero di essere morta prima”. In un caso come questo il parroco farà bene a pensare solo ai nipoti della signora, ma io e Serena dobbiamo tenere conto che, dietro le nostre idee sono tanti quelli che “non ci capiscono”. Se vogliamo difendere il papa, sono loro quelli da cui partire per fare i conti con il Vaticano II (come si fa, non ho idea, ma mi limito almeno mentalmente  dalle illusioni).
E se per caso ci riconoscessimo “di sinistra” qualcosa non va se, pur fedeli alla religione di diritti, credevamo di vivere nel migliore dei mondi senza avere posto attenzione a elementi (la globalizzazione, le nuove tecnologie…) che cambiavano i comportamenti e le consuetudini morali. Non si va più a sinistra in Italia abolendo la legga Fornero con 2.400 mld. di debito o pensando che per definirci liberi e uguali  l’obiettivo elettorale era l’abolizione delle tasse universitarie. Oppure che gli stessi PD che a maggio dello scorso anno avevano rieletto il segretario con 2 milioni di voti possono aver votato un partito che stava nel gruppo Farage del Parlamento europeo e al quale era indifferente fare coalizione con la sinistra o con la destra. Non ripeto la lezioncina che ho imparato da don Milani: che “la buona fede è un’aggravante”; ma posso dire che, se continuiamo a non andare a scomodare vescovi e parroci antipatizzanti con la linea Bergoglio, questo pontificato inciderà nel futuro della Chiesa meno di quel che il papa ci sta chiedendo; e che, se non ci rendiamo conto discutendo liberamente che certa sinistra non c’è più perché “è stata” e a pochi interessa che sia domani, le elezioni europeo del 26 maggio 2019 vedranno la caduta di un progetto che, anche con anni di lentezze, è non tanto una sogno, ma una necessità.

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