Si fa presto a dire che la politica ha perduto capacità di “visione”.  A prescindere che in un’epoca di così grandi trasformazioni la fantasia scarseggia, la cosa riguarda anche ciascuno di noi: viviamo all’altezza delle critiche, se andiamo a sbattere sul prossimo perché “chattiamo” o “messaggiamo” per strada e l’abitudine di semplificare tutto secondo il “mi piace/non mi piace” imparato dai social cancella il pensiero dalla responsabilità delle scelte? Quasi nessuno dei votanti M5S percepisce la “sua” dipendenza dal sistema Rousseau, mentre l’uso, probabilmente sempre più interferente con le nostre scelte anche politiche, della rete non è così tranquillamente affidabile a  sconosciuti virtuali: profaniamo l’amicizia se non approfittiamo anche di quel mezzo come occasione di “conoscenza”. Non è un caso che la Costituzione vieti al parlamentare il vincolo di mandato (che non piace né a De Maio né a Salvini). Infatti è ormai normale definire con spregio “nominati” i rappresentanti istituzionali, anche se nonni e padri andavano a votare avendo in tasca i nomi forniti dal segretario di sezione o dal parroco; ma oggi, “chi conosce chi” per davvero in una società in cui fa immagine pubblica il calciatore o il presentatore televisivo, mentre le persone perbene e forse disponibili ad assumere responsabilità non le conosce nessuno? Alla pretesa di votare chi “ci piace” corrisponderà sul serio il rischio di accettare le lobbies e le mafie?  Se gli inglesi  volevano ripetere il voto immediatamente dopo aver deciso la Brexit, qualcosa non sta funzionando. Infatti c’è chi non vorrebbe aver votato come ha votato: forse non ricorda neppure se ha votato il referendum costituzionale perché voleva questo caos.
E’ un gran pezzo che nessuno nomina la libertà: stiamoci attenti, perché sarebbe una gran brutta cosa se per disattenzione la mettessimo a rischio.

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