LA MEMORIA DI LISISTRATA            Tempi di Fraternità ottobre 2018

Lisistrata rivive la sua storia sulle scene dai tempi in cui la rappresentò Aristofane: era il 411 a.C.. Da buona attrice si è adattata alle vicende di tutta questa infilata di secoli. Ma negli ultimi tempi è molto turbata da cose che le confondono la memoria: “quanto sento è proprio uguale ai miei tempi, l’ho gà vissuto”, dice.
Lei era sulle scene 2429 anni fa e da brava ragazza faceva del suo meglio per corrispondere all’invenzione, anche se era la protagonista solo per modo di dire perché i Greci non facevano recitare le donne: è lo spirito femminile che ha sfidato i secoli. Allora non era troppo simpatico trovarsi a vivere nella città che si credeva la prima del mondo. Era il periodo della “guerra fredda” Atene/Sparta, che era diventata guerra vera, destinata a durare quasi un trentennio. Agli inizi come dubitare delle nostre finanze, del mercato su cui dominavano le nostre navi, di noi stessi? solo che nel 430 eravamo già davanti alle salme dei primi caduti. Tuttavia Pericle era sicuro: “il nostro governo favorisce il popolo, non l’élite: per questo siamo una democrazia. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti… A chi merita diamo le cariche ea nessuno è di ostacolo la povertà. Siamo liberi, liberi di vivere come ci piace, pur essendo sempre pronti a fronteggiare il pericolo…. Un cittadino ateniese non tralascia il bene pubblico quando si occupa delle faccende private; soprattutto non se ne serve per risolvere interessi privati. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, le leggi e di non dimenticare di proteggere i deboli. Rispettiamo anche le leggi non scritte, che stanno nel sentire universale. Se poi qualcuno non si interessa allo Stato, non lo consideriamo solo un indifferente, ma un individuo inutile. Se pochi sono in grado di partecipare direttamente alla politica, tutti siamo in grado di giudicarla: la discussione non è certo un ostacolo alla democrazia. Infatti il frutto della libertà è la felicità, ma la libertà è il frutto del valore. Insomma, Atene è la scuola della Grecia intera…”.
Le prospettive erano queste, anche se sembrava strano che dopo un anno di guerra ci fossero già degli sfollati, dei saccheggi e la commemorazione dei primi caduti.
Perché la guerra fu lunga e finì male: lo dicevo ancor prima di nascere – spiega Lisistrata – che spingere il conflitto al confronto diretto con il regime militar-comunista di Sparta, mentre noi nemmeno pensavamo al piano Marshall, era rischioso. Infatti abbiamo perso la guerra e abbiamo dovuto distruggere le nostre grandi mura, ridurre le navi e accettare in governo filospartano e reazionario. L’espressione “I Trenta tiranni” significò governo oligarchico, repressione, liste di proscrizione, retate di democratici diventati sovversivi, guerra civile. Alla fine ci fu la rivincita democratica, ma ormai la speranza di Pericle era morta già nel 430, quando la peste se lo portò via.
Furono anni terribili, ma si sopravvisse e nacque anche Lisistrata, che oggi ha capito che le guerre sono ormai prevalentemente economiche, anche se lei non si fida che si limitino a far danni agli altri. E non le piace per niente quello che sta succedendo in Europa, ma anche in America e un po’ ovunque nel mondo. Il segnale peggiore è rappresentato dalla perdita dei diritti umani: quello che da tempo succede nel trattamento degli immigrati – che a casa sua erano “sacri” – l’ha resa inquieta: gli auspici per il futuro sono negativi quando si offendono gli dèi.
Gli Ateniesi persero, ma anche gli Spartani vincitori non sopravvissero: il mondo stava cambiando e di lì a poco Alessandro Magno avrebbe voltato pagina alla storia. Per Lisistrata il guaio è sempre la sopraffazione: i suoi concittadini non si erano resi conto di perdere la libertà dividendosi in fazioni e accettando la violenza. Arrivarono perfino a chiedere a Socrate di partecipare alle retate per arrestare cittadini scomodi: lui se ne andò a casa e per quella volta non successe niente. Ma lo accusarono di corrompere i giovani e di essere ateo, un processo politico in cui esercitò la difesa in prima persona, svelando la trama delle false accuse, ma le sue parole (“bisogna rispettare le leggi, se le leggi dicono che il cittadino esemplare non deve ricevere il Nobel, ma la morte?”) furono interpretate come oltraggio alla Corte e fu condannato. Lui non volle sfuggire perché se davvero le leggi danno la morte al giusto, la responsabilità ricade sui cittadini, autori delle leggi. Non fu la sola vittima, ma crollò la scuola dell’Ellade.
Ci fu un lungo silenzio e la democrazia entrò in sonno. Ne rimase il valore, ma reso utopia, come se non fosse mai stata sperimentata. I Romani, che si ritenevano eredi della classicità greca, avevano incominciato bene: una “res” publica, “la cosa di tutti”, il bene comune della collettività ben governata: due consoli per evitare il potere di “uno”, un Senato (non si poteva essere subito senza classi), i comizi, i tribuni della plebe: un cammino aperto. Ma i partiti divennero tossici e si incorse nella guerra civile. Giulio Cesare provò a ricorrere alla previsione costituzionale della dittatura semestrale per le emergenze, ma la paura dell’uomo solo al comando lo fece uccidere e favorì il giovane Ottaviano. Il quale cambiò la Costituzione, fondò l’impero, si definì Augusto (“l’uomo della crescita”) e anche “divus”, divino. L’imperialismo era destinato a farsi militarismo e lentamente scendeva verso il 476 (d.C.): fine di Roma, invasioni barbariche, Medioevo. La storia non fa pieghe, ma gli umani faticano per recuperare i valori e tentare riforme.
Lisistrata non era più stata sulle scene anche se il suo copione si era conservato e la sua storia trasmessa: peccato che l’interpretazione ottocentesca l’avesse degradata a donnina smaliziata che organizza uno sciopero a danno dei mariti che, senza la motivazione antimilitarista, non ha ragione. Come dire che qualche intuizione gli umani se la fanno venire, ma prevale l’ottusità.
Lisistrata aveva sentito Socrate ripetere che “nessuno fa il male sapendo che è il male, solo per ignoranza”. La filosofia stessa nasce dalla politica, che è pratica di vita e non esenta nessuno: Socrate rompeva le scatole perché voleva che la gente pensasse in proprio, cosa che disturbava gli interessi di chi non aveva a cuore la giustizia. Le sembra di tornare a vecchie esperienze e vorrebbe essere creduta: la violenza diffusa, la rinuncia all’umanesimo dei principi, l’ignoranza dell’antipolitica ha un costo che la gente che tace per indifferenza pagherà duramente quando le conseguenze arriveranno al fallimento.
Lisistrata voleva andare a Catania e salire sulla nave “Diciotti”: se una trireme ateniese comandata da un uffciale ateniese fosse arrivata al Pireo, in tempo di pace, ci sarebbe stata una festa. Non è andata perché le sembrava di tornare ai tempi della guerra e la gente voleva vincere per diventare padrona di tutta l’area greca e arricchire: in realtà odiava. Nazionalisti. Sovranisti. Violenti. Stupidi. Ma avevano votato la guerra. E, come se non fosse vero, dentro tutti si sentivano indifferenti, usavano male parole e anche i ragazzi erano violenti. Oggi vede il clima funesto di venticinque secoli fa sparso in tutta Europa.
Lisistrata aveva imparato che il continente che porta il nome di una divinità greca aveva via via faticosamente sostituito Atene per diventare “scuola del mondo”: le piaceva molto, ci si trovava bene, anzi pensava di essere diventata un personaggio proprio dopo Kant e il femminismo. I principi universali si sono fatti realtà con il contributo degli umanisti e degli illuministi europei: dopo la seconda guerra mondiale, il processo di Norimberga e la ragione dell’antifascismo, le Nazioni Unite diedero forza normativa per la prima volta alle “leggi non scritte” che Antigone trovava solo sulle ginocchia di Zeus e dentro la sua anima di sorella, non ancora nella vita storica.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *