LA PRIMA DEMOCRAZIA
non andò a finire molto bene
Giancarla Codrignani

La cosa misteriosa di come i Greci siano arrivati a concepire il vivere sociale come fondato su Costituzioni scritte può essere giustificato dalla loro venerazione per i “sapienti”. Sono loro che li portano da società che conoscevano assemblee, re, poi leadership nobili e sacre, tribunali fino all’evoluzione ancora in corso non solo nel mondo occidentale.
La storia degli ordinamenti civili determinanti la cultura politica del mondo occidentale inizia con Dracone, il primo legislatore che desse forma scritta alle leggi e autore del primo codice penale, con cui poneva fine alla catena delle vendette che vincolavano i parenti delle vittime alla catena dei delitti. Diede fondamento alla responsabilità personale per i fatti di sangue, graduò le pene, sempre severe, dal preterintenzionale al debitorio (il debito insolvibile produceva la schiavizzazione del debitore), ma concesse agli inestinguibili tradizionalisti l’esenzione dalla condanna a morte per il femminicidio, della donna sorpresa in “congiunzione carnale”, come dicevamo anche noi, che fosse moglie, figlia o sorella….
Tuttavia il primo riformatore politico fu Solone, il quale divenne arconte – l’arcontato definiva sette Primi Magistrati – nel 594, quando stavano diventando insostenibili i privilegi delle “famiglie” di nobiltà riconosciuta e il popolo delle assemblee tribali acquistava peso. Sbaraccò la tradizione per la quale nobili “si nasceva”: si ebbe accesso a ceti differenziati a seconda delle tasse pagate sui beni posseduti dai superricchi fino ai nullatenenti. Alle cariche si accedeva in proporzione al censo: le differenze restavano, ma era finita la presunzione del “sangue”. iniziava l’ascesa sociale legata all’economia produttiva. I nobili mantenevano i beni, spesso poco produttivi, ma non accettavano volentieri il livellamento “borghese”: Solone si attirò i fulmini di tutti e per un poco tolse l’incomodo recandosi in giro per il mondo fiducioso che il principio dell’eunomia, delle buone regole, del “buon governo” che aveva stabilito reggesse. Logicamente i disordini e le guerre con i vicini aprirono la strada ad avventure e fu Pisistrato, parente di Solone (che non aveva approvato la sua discesa in campo) e generale di recente vittoria sui megaresi, a prendere il potere: un “populista” sostenuto dal popolo delle zone interne (“la montagna”). Mantenne una gestione illuminata che limitò i latifondi e produsse miglioramenti per i piccoli proprietari e anche per l’edilizia pubblica; lavorò per una politica espansionistica di Atene e volle lasciare il potere ai figli, favorevoli ad estendere le riforme, ma la scelta provocò le reazioni della vecchia guardia e Ipparco fu ucciso e Ippia esautorato dai nobili Alcmeonidi (513/11).
Toccò a Clistene riprendere il filone delle riforme: le 4 tribù di origine genetica furono lasciate in essere per le funzioni religiose e trasformate in 10 a responsabilità territoriale per tutta l’Attica, suddivise in distretti per “zone” (urbana, costiera e dell’entroterra). Le nuove tribù persero la denominazione antica e assunsero il nome di eroi locali. Diede forma e forza alla Boulè dei Cinquecento, a cui spettava di controllare i magistrati, a loro volta eletti (per sorteggio) dall’Ecclesìa del popolo. La Boulè si riuniva almeno 4 volte al mese), curava l’amministrazione ordinaria quotidianamente e valutava le proposte da portare all’Assemblea a cui spettava il potere legislativo. Garante della Costituzione era l’Areopago, composto da una Corte di ex-magistrati. Importante l’ordinamento militare, sotto il comando dei dieci strateghi, rinnovati ogni anno ed esclusi dall’elezione a sorteggio per evitare che fossero responsabili dell’esercito gli incompetenti. Fu introdotto l’ostracismo del cittadino ritenuto pericoloso per la polis, su proposta di un cittadino e deliberata in un’assemblea speciale di non meno di seimila partecipanti.
Va sottolineato che era possibile passare molto tempo dediti alla politica attiva perché i cittadini di diritto erano quelli “liberi”, che curavano i propri interessi, ma si avvalevano del lavoro dei servi. Che, come le donne, erano nati servi e non avevano diritti.
Poi venne Pericle, il mito. Figlio di Santippo di lui si ricordò la mamma Agariste, una nobile degli Alcmeonidi che, incinta, sognò di partorire un leone. Coltissimo, musico, amico di filosofi, molto ricco (fu finanziatore del teatro (si ricorda l’allestimento dei Persiani di Eschilo),ebbe straordinaria parte attiva in politica da quando chiese l’ostracismo dell’oppositore Cimone che aveva chiesto la riduzione dei poteri dell’Assemblea e dell’Areopago, poi accusato di aiuto a Sparta. Promosse la democrazia radicale: le classi povere furono ammesse al teatro, entrarono nella cariche – rimborsate se causavano perdita di capacità vitali – e nella vigilanza sulla marina. Partecipò a tutte le imprese militari di un tempo teso all’egemonia – la Persia e, soprattutto, Sparta, ma anche l’Eubea, Calcide – e recuperò Cimone per sottrarlo all’influenza spartana che suggestionava i nobili tradizionalisti (morirà in guerra). Privilegiò il primato di Atene, vi trasferì d’imperio la Lega di Delo e ne fece la banca dell’impero ateniese traendone i mezzi per l’architettura e le arti. Ma si agitavano i “movimenti”, di giovani nobili e di giovani plebei, cresceva lo scontento in una città troppo ricca che alimentava la corruzione e manipolava le situazioni anche dove si votava per sorteggio. Aristofane si prendeva il lusso di mettere in commedia i ceti sociali (i Cavalieri), la stoltezza della guerra Lisistrata), i giudici, le religione. E un gruppo di spiritosi (o di sovversivi) aveva fatto trovare una mattina tutte le statue di Hermes che stavano a tutela dei crocicchi che il popolo percepì di malaugurio (e la guerra non andava bene….). I conflitti per estendere il controllo sulle altre città e isole portò a scontri via via più gravi e dopo gli scontri per Samo e Mileto si scontrarono fino in fondo i blocchi delle due grandi potenze. Sparta saccheggia due volte l’Attica e fu la grande guerra del Peloponneso. Nel 430, oltre la guerra, si aggiunse la peste, morirono i due figli che Pericle aveva avuto dal matrimonio d’obbligo, gli restava solo Pericle il Giovane, avuto da Aspasia, che diventò cittadino in virtù di un’attenuazione delle legge tradizionale che negava i diritti ai figli non legittimi (o di stranieri). Gli successe al potere la destra filospartana e – dice Tucidide – istituzionalmente inferiore che ricorse alla demagogia: il popolo si tenne i Trenta Tiranni che misero da parte la Costituzione e diedero inizio alla rovina politica di Atene la grande: a simbolo restò il processo manipolato contro Socrate e la sua condanna a morte, la sua autodifesa (“le leggi vanno rispettate e se dicono che un innocente deve morire, bisogna accettare) diede la responsabilità a chi aveva votato contro la verità. La maggior responsabilità della catastrofe fu della competizione tra due centri di potere pronti ad assumere la guida del mondo. Ma la storia voleva altro e nessuno si era accorto che il mondo si era esteso: il sistema delle polis era finito e stava per arrivare Alessandro Magno, la Cina.

UNA NOTA A MARGINE: il brano non è archeologico, ma segnala la prima crisi della democrazia (cosiddetta, dato che in diritto non riconosceva le donne, gli schiavi e gli stranieri). Ma intende sottolineare che quella invidiabile partecipazione di cittadini che passavano ore e ore a discutere e deliberare su problemi, interessi e diritti fu possibile solo perché i cittadini di pieno diritto si occupavano dei loro affari, ma avevano molto tempo libero perché i loro servi provvedevano alle fatica, necessità, noie pratiche…..