FARE I CONTI CON LA “SUBLIME PORTA”

Giancarla Codrignani

L’espressione “Sublime Porta” indicava agli ambasciatori l’ingresso ufficiale nel grande Impero Ottomano, ma nel Ventesimo secolo era un’espressione di puro effetto fonetico, sostanzialmente fragile quanto ormai era lo stesso impero. La “grande porta” di Istambul non faceva più paura da quando il trono aveva incominciato a perdere pezzi. A parte le frana dell’Ottocento, nel 1912 il Montenegro, subito seguito da Bulgaria, Serbia e Grecia, aveva dichiarato guerra all’Impero. Era la prima guerra balcanica, alla cui fine, con il trattato di Londra, era stata ratificata la perdita di tutti i territori europei. Addirittura l’Italia, che aspirava a dotarsi di colonie come tutto il resto d’Europa, aveva intrapreso la guerra italo-turca (la prima “di conquista” da parte di un paese che, arrivato tardi all’unità territoriale, ci pensava da trent’anni) e aveva conquistato la Libia che, in quanto tale, ancora non esisteva, perché era semplicemente un territorio ottomano composto da tre “sangiaccati”i: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan (puntualmente rinati dopo la morte di Gheddafi). Gli andamenti militari del conflitto indussero il comando italiano a spostare il fronte nelle isole: l’occupazione del Dodecanneso durò fino al 1947. Ma i nazionalismi a cui i due conflitti avevano innescato la miccia avevano esteso il potenziale dei conflitti e furono concausa dell’esplosione della prima guerra mondiale. Alla fine della quale andò in frantumi l’intero impero ottomano, il cui ultimo sovrano Mehemed VI, che non assomigliava a Solimano il Magnifico, fu deposto, D’altra parte nessuno aveva capito l’errore dell’immobilismo, mentre i nazionalismi interni avevano favorito gli interessi internazionali; così il movimento dei “Giovani turchi”, che covava la rivolta fin dal 1908, istaurò nel 1923 la Repubblica non senza essersi assunto la responsabilità del genocidio armeno. Nel 1923, con il trattato di Losanna, la Turchia, che si era schierata con gli Imperi centrali, rinunciò ad ogni rivendicazione. Nacquero da quelle che erano state province ottomane alcuni Stati più o meno nuovi: la Tunisia era già un protettorato francese, l’Algeria diventava “territorio metropolitano”, il Marocco era conteso oltre che dalla Francia anche da Spagna e Germania, in Libia gli italiani erano arrivati prima dei tedeschi, l’Egitto era ancora turco ma britannizzato. Mentre l’Arabia, Iraq, Siria, Giordania, Libano, Palestina costituirono quello che oggi è il Medioriente esteso con il suo drammatico sfondo di Al Qaeda e Isis. I vincitori avevavo avuto l’occhio lungo e, già nel 1915, Francia e Inghilterra con l’accordo Sykes/Picot avevano sistemato le loro sfere di influenze nell’area, mentre nel novembre del 1917 la diplomazia britannica aveva predisposto la dichiarazione Balfour/Rotschild (rispettivamente ministro degli esteri e rappresentante della comunità ebraica) per pianificare le conquiste in territorio turco e inserirvi un “focolare ebraico”. Il documento venne recepito nel Trattato di Sèvres (1920) che assegnò alla Gran Bretagna il mandato sulla Palestina.
Così, per quello che dovremmo conoscere (e che non sempre conosciamo) dalla scuola, sappiamo che la prima guerra mondiale generò i nazionalismi della seconda. Forse anche qualcosa di più….
Persiste il cono d’ombra che il secolo scorso lasciò proiettato su un mondo ritenuto estraneo e, anche, scarsamente civile (come dimenticare “la grande proletaria si è mossa” di un mite socialista quale era il Pascoli per sostenere la spedizione in Libia del ’12?). La stampa e i media lavorano quasi sempre al desk e, quando vanno in Medioriente, non sapendo l’arabo si rapportano con le situazioni reali in modo non sempre completo. Che i partiti europei fossero in crisi da anni lo dimostra anche la perdita di contatti politici con i paesi del Mediterraneo: oggi le informazioni sono di seconda mano anche per molti politici e i cittadini europei capiscono poco di quel che succede negli “scenari” che di quando in quando vengono luttuosamente sottoposti alla loro attenzione. Difficilmente si mettono tutti i fattori sotto i vetrini delle analisi. La gente accusa Reagan e Bush – giustamente – ma non collega i problemi delle vie del petrolio o capisce che i diritti umani vanno sempre difesi contro le dittature, ma l’etica della responsabilità politica weberianamente induce a pensare che, nel contesto dato, è sempre preferibilie la presenza di Saddam o Gheddafi alla violenza senza quartiere e spietata delle guerre civili. Per ragioni di spazio non inseriamo il discorso sulla Pallestina e Israele, ma non dimentichiamo che resta sempre “il” grande rischio. Oggi il fenomeno Siria si è fatto eclatante per l’esodo dei rifugiati, per la verità così repentino da indurre qualche sospetto su traffici lucrativi. Anche perché si sta perdendo l’occasione di far capire a tutti che la globalizzazione obbliga a prevedere un futuro di grandi rimescolamenti; se ci si augura di spegnere i focolai di guerra, l’Africa avrà esigenze di lavoro e di coinvolgimento internazionale che è bene – per noi e per loro – restino permanenti. In Medioriente il quadro si è fatto complesso perché sono entrati in gioco gli interessi religiosi e i siriani al 90 % sunniti non tollerano di essere governati da un Assad alawita (e gli alawiti saranno a dire molto il 7 %), vale a dire dall’eresia sciita. La diplomazia dovrà sempre più operare con il massimo di capacità, ma anche con il massimo di cooperazione, proprio per evitare conflitti ulteriori. Sappiamo che quella italiana sta lavorando in Libia con i due, chiamiamoli governi, che per ora governano le due parti antagoniste del paese (anche perché non si può rischiare di passare l’inverno al freddo senza il loro gas), ma, anche se è necessario conservare il riserbo, nessuno riesce a farsi un’idea della situazione tutt’altro che immobile. Si dice che internet contiene tutte le informazioni e si va a vedere: sarà vero, dice il bravo cittadino, ma bisogna anche imparare a cercare qualcosa di diverso dai giochi elettronici.

(scritto per una scuola, forse di qualche interesse anche se non è un “asterisco”)

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