L’ANNIVERSARIO DEL RAPIMENTO DI Aldo Moro

Giancarla Codrignani

Sembra che siano passati 42 anni. Lui ne avrebbe 103. Mi ha fatto impressione rileggere l’intervista concessa a “Repubblica” nel 1998: nel 1978 ero parlamentare. Debbo dire che, fuori da ogni moralismo, quando ho accettato la candidatura ero consapevole dei rischi che quella stagione comportava. Ero stata candidata indipendente nel liste comuniste perché da troppi anni avevo i conti aperti con la Democrazia Cristiana, responsabile del malgoverno e della corruzione. Era nota la convento ad excludendum le sinistre dalla sfera di governo e per questo era stato possibile alla DC governare con repubblicani e liberali facendosi carico dei principali ministeri e del denaro pubblico come cosa privata. Di fatto inventò il familismo e il clientelismo e con l’appoggio americano bloccò l’evoluzione del paese. Se De Gasperi aveva detto che il suo partito era di centro ma andava a sinistra era perché da Dossetti a riviste come Settegiorni e Cronache c’erano persone consapevoli dell’abuso del termine “cristiano” nel loro partito. Ma vincevano sempre gli Andreotti e i Cossiga. Triste sorte per il paese che non aveva mai avuto alternanza di governo, un male che favorisce solo la corruzione. Dice il figlio di Moro che la borsa mai ritrovata conteneva  sul piano Solo e sullo scandalo Sifar. Moro sapeva che non poteva durare, come quando la DC imbarcò i socialisti nel ’63, il male minore in un paese in cui l’alternanza era vietata e, tuttavia, si doveva aprire a sinistra per rispetto della volontà degli elettori. Bisognava fare un altro passo decisivo, altrimenti alle elezioni successive la maggioranza sarebbe andata a un Pci berlingueriano disposto a mutare la pelle sovietica (e con Berlinguer non per calcolo solo opportunista). Non era previsto l’estremismo dei “terroristi”, così rivoluzionari da tagliare le gambe al paese per fedeltà a principi radicali che ritenevano tradimento le riforme. Con buona approssimazione – il solito Pasolini del “so; ma non ho le prove”) altri si rese conto dell’opportunità e non li lasciarono soli.

Come non avevo illusioni quando sono stata eletta – pensavo che la reazione internazionale ci avrebbe colpito sul piano finanziario con svalutazioni e crisi debitorie – così ero angosciata prima del 14 marzo 1978: ricordo di essere andata una sera al cinema a vedere “L’uomo del serpente” e di aver fatto la strada verso casa con i peggiori sentimenti di paura e pericolo. Tanto che quando arrivò il rapimento – la notizia mi fu detta dal tassista – fui quasi sollevata, “ci siamo”, mi dissi. Sulla porta di Montecitorio c’era Susanna Agnelli che, con aplomb perfetto, mi disse “La Malfa è impazzito, chiede la pena di morte”. Dietro la vetrata Tina Anselmi in lacrime che diceva in continuazione “bisogna resistere, bisogna resistere”. Nel Pci c’era grande agitazione, perché erano dentro l’obiettivo. Mentre la DC si convocava, molti democristiani si lasciavano andare e temevano di esserci dentro. Io sono sempre stata ritenuta di sinistra/sinistra, anche se ero abbastanza adulta da riconoscermi riformista fin da quando dovevo vedermela con i “collettivi” che occupavano le scuole. Ho avuto contatti anche con persone compromesse e con gli extraparlamentari, ma non pensavo mai che i “rivoluzionari” potessero usare la violenza omicida in democrazia. Fu questo integralismo che compromise per sempre il termine sinistra, non abbastanza ricomposto dopo l’esperienza dei “compagni che sbagliano”. Anch’io fui contro la posizione socialista di trattare: non c’erano le garanzie se erano compromessi agenti di governo. Anche il Parlamento non fu più lo stesso, si era voltata la pagina. All’indietro.

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Giancarla Codrignani

è una femminista, scrittrice, giornalista, politica e intellettuale italiana, impegnata nel movimento per la pace e - laicamente - di area cattolica, più volte parlamentare della Repubblica.

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