L’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI
Giancarla Codrignani

La questione curda mette in crisi il principio sancito dalle Nazioni Unite: come rifare le frontiere di quattro paesi: Turchia, Siria, Iraq,Iran per dare. uno Stato ai curdi. In Europa possiamo chiederci le conseguenze della Brexit in Irlanda e Scozia oppure sfogliare margherite per la follia della Catalogna.
Intanto i governi (solo occidentali) “pensano di tripartire la Libia, lo Yemen è una poltiglia di territori, il Sudan è stato spaccato, la destra israeliana vuole prendersi gran parte della Westbank, i tuareg ambiscono a uno Stato, la nuova frontiere tra Siria e Turchia sarà la linea del fronte…. perfino nei Balcani Croazia e Serbia già tramano per squartare definitivamente la Bosnia. Nel santo nome dell’autodeterminazione dei popoli” (Guido Rampoldi , Il Manifesto 17.10.2019). Poi c’è il Kurdistan iracheno che vorrebbe annettersi con referendum la provincia (petrolifera) di Kirkuk turcomanna e arabizzata da Saddam; per non parlare del Kashmir.
Nessuno può “condannare una minoranza oppressa se persegue l’indipendenza per  sottrarsi agli artigli di una tirannide”. Ma bisogna che la comunità internazionale si prenda cura degli accordi tipo Helsinki. “Se avessimo posto il giornalismo turco in esilio nella condizione di raggiungere la propria opinione pubblica con tv satellitari e quotidiani on line, forse oggi Erdogan non sarebbe cos’ spavaldo“. Sostanzialmente è necessario prevenire, perchéé sappiamo. “Dunque vanno bene gli appelli, i cortei, la commozione, lo sdegno, le sanzioni o sanzionino, ma rendiamoci conto che tutto questo serve a poco: è troppo tardi“.

Sono stata presidente della sezione italiana della Lega per i diritti e la liberazione dei popoli. Anni di lavoro “solidale”; ho perfino aiutato la nascita – avvenuta a Bologna – del Tribunale dei Popoli. Ma condivido totalmente, e da anni, le posizioni di Guido Rampoldi, anche lui un anziano giornalista che ha fatto negli anni le mie stesse esperienze. La Lega si è dissolta – purtroppo il termine “lega” ha assunto valenza negativa – ma si capiva che i tanti Comitati di Solidarietà che si erano formati nel tempo (ne ho presieduto molti, perfino quello sull’iraq perché c’era uno studente iracheno a Firenze) soprattutto per l’America Latina o l’Africa dell’apartheid, erano pronti a scendere nella piazza del paese, ma non a studiare. Quindi, sono stata educata dalle esperienze a non illudermi; ma rimprovero tutti: i pacifisti che fanno la marcia Perugia/Assisi dopo che la guerra è esplosa, i “solidali” con il Terzo mondo per la stessa ragione e posso prevedere anche come finiranno gli zelanti per il clima. Mi ritengo inguaribilmente prof nel chiedere sempre di studiare. Eppure non possiamo incolpare i giornalisti se quelli che sanno abbastanza per partecipare a un incontro e a mobilitarsi non approfondiscono: tutti hanno tutte le possibilità di informarsi su internet. Altrimenti i governi stanno a pietiner sur place per anni, finché la situazioni possono reggere, ma a costo di sofferenze protratte all’infinito. E i media non si sentono autorizzati a parlare dei “si dice”.
Davvero è un rebus. pensare che siamo tutti “uguali” per definizione (e questo è già molto), ma le cosiddette élite sono in realtà minoranze. Che diventano il sale della terra; ma la terra è di per sésempre più arida.

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