“Lavorare gratis lavorare tutti”: con o senza punto interrogativo? Il libro di De Masi (sottotitolo: “perché il futuro è dei disoccupati”) fa i conti con il ritardo della cultura dei più. Ce ne sarebbe per tutti, ovviamente i politici in primo luogo; ma le università stanno al primo posto della graduatoria negativa con i sindacati, le pubbliche amministrazioni, gli enti culturali e non. Un luogo comune è lo scandalo clientelar-elettorale dei baby-pensionati andati in pensione con 19 anni, 6 mesi e 1 giorno; ma fu più grave aver sostituito il sistema contributivo che paga la mia pensione con i versamenti dei lavoratori attivi, che avranno pensioni non garantite, solo assistenziali. Il futuro, giriamolo come ci pare, avrà maggiore disoccupazione, anche se le trasformazioni produttive (le auto elettriche a sostituire diesel e benzina; la produzione energetica alternativa; la stessa costruzione di nuove macchine-che-producono-macchine) procederanno con qualche gradualità e creeranno pur sempre occupazione. Tuttavia occorre partire dal relativo benessere conquistato dall’Occidente negli ultimi decenni. Sappiamo che è stato ottenuto a carico della spartizione del mondo tra ricchi e poveri: secondo la logica dei ricchi, con gravi responsabilità di informazione ed educazione che hanno lasciato credere che i paesi del benessere hanno i loro poveri ed è quindi giusto che traggano beneficio dalle altrui risorse, dal lavoro schiavizzato, dalla povertà di persone a cui generosamente i nostri cittadini migliori danno qualche non gratuito sollievo. Con la globalizzazione le cose sono cambiate e qualche ipocrisia è crollata: gli squilibri del mondo, ben conosciuti, sono stati conservati amorosamente e abbiamo lasciato mondializzare la finanza, non l’economia (Aristotele avrebbe detto la “crematistica”). Adesso il boomerang. Non ci piace, ma nemmeno nell’approfondire i diritti abbiamo posto in primo piano il diritto “a vivere bene” (che non significa produrre merci, denaro e successo come fine). Troppo ricco anche il nostro povero? Sì, non perché non sia giusto che abbia un lavoro e un contratto che ne rispetti i diritti, ma perché non riesce a vedere che, proprio mentre i danni che subisce gli rivelano che le cose inesorabilmente cambiano, non ha le risorse per capire che può essere un bene doversi dare da fare per volgere in positivo il processo. Se Michele Serra constata che i figli sono “sdraiati”, significa che lui gli dà il letto perché possiede una casa con un letto (pur sapendo che sono destinati entrambi a diventare precari come il reddito attuale del ragazzo già maggiorenne). Allora alternative sono non i richiami all’ahimè irreparabilmente “vecchio” verbo della sinistra, ma alle eresie che vorrei dire anarchiche se non fosse che anche l’anarchia si è sfatta. La parola “gratuità” che non implica, nel mondo del lavoro, non ricevere la giusta mercede, ma significa cercare il perseguimento di obiettivi per una vita di “benessere” (l’augurio ebraico e islamico di shalom/salam) che non siano un appartamento in proprietà (con il mutuo, non per un diritto, ma per indebitamento imposto da incentivi mercantili di sistema). Un autore “scandaloso”, uno dei padri del Sessantotto, è stato Marcuse che scrisse non solo “L’uomo a una dimensione”, ma anche EROS E CIVILTA’: quasi nessuno comprese il significato di quell’eros, per inveterato pregiudizio sessuofobico ed è anche caduto nel nulla l’invito alla scuola a cercare l’eros epistemico dell’ora di lezione. L’inclinazione che porta anche agli incontri riproduttivi (con l’avvertimento di papa Francesco che gli esseri umani non sono conigli) può essere percepito in noi stessi come il più fondante produttore di bene: significa che vengono prima i “bisogni ricchi” del “giovane Marx” (altra scoperta sessantottina subito accantonata). Se la natura richiede le nostre cure, anche l’arte, l’educazione, la salute, lo stile non competitivo, nonviolento di vita possono diventare finalità del lavoro. Solo per questo io sono contenta che il lavoro – che non sarà mai più quello di prima, come altre volte nella storia, stia nel primo articolo della Costituzione: se il suo sviluppo saprà superare le difficoltà dei nostri poveri beni così sprovvedutamente difesi a oltranza da non accorgerci che perfino la casa, per come l’abbiamo inventata e amata, cede davanti ai gadget tecnologici che possono ridurla a un piccolo ambiente in cui le macchine daranno confort alla tua solitudine “connessa” senza avere bisogno di spazi. Se invece volessi mantenere salotti e camere da pranzo, dovrai avere amici reali e spazi reali e bisogni di incontro reali che valgano la pena di vivere non da schiavo proprietario di denaro alienato, ma di realizzarti in società un po’ più libere che non abbiano bisogno delle guerre per mantenere (o conquistare) benefici che non ti fanno felice.

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