Un servizio dell’Espresso dal titolo “le donne hanno perso” apre con una bella foto delle femen ucraine a seno nudo sulla neve. Di fatto sgrana tutto il rosario della “fine del femminismo”: il mondo non è più quello di prima, non esiste più la dote o la patria potestà, divorzio, aborto e fecondazione assistita sono realizzazioni civili, la sessualità non è più una parola da non usare. Ma le giovani, che vivono i benefici delle lotte delle loro madri e nonne, “non sanno“. Ma le madri, zie, nonne hanno trasmesso, quando e se l’hanno fatto, la “loro” cultura, non si sono proiettate oltre, ascoltando le esigenze “altre” delle figlie. La parità può voler dire poco e, come tutti i diritti, non è definitiva se mette in crisi l’indipendenza altrui. Le giovani solo quando restano incinte si accorgono dove va a finire la parità data per scontata. Forse se ne accorgono anche le parlamentari e le ministre, mentre peggiora il sessismo delle istituzioni e non riescono a piazzare gli interessi delle donne nelle priorità dello stato. Mentre se ne accorgono – e ne patiscono – le donne dei paesi che discriminano per principio il genere femminile. E universalmente persistono le violenze in famiglia, gli stupri, i femminicidi.
Tutto questo a dispetto  dell’universalità dei diritti delle donne, scritti a Pekino 25 anni fa e consolidati nella Convenzione contro “ogni forma di discriminazione”, e dell’impossibilità di avere organizzazioni che dal solito “basso” colleghino davvero la rappresentatività dei nostri diritti. Un rebus non da poco. Quello su cui i singoli femminismi non reggono l’urto del tempo.

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