PRIMARIE  BIS  (mandato a Repubblica su richiesta e non pubblicato)

Giancarla Codrignani, 17 marzo 2015

Le primarie non mi piacevano dieci anni fa e ancora non capisco perché, se sono un beneficio “per l’Italia”, non siano diventate legge nazionale per tutti i partiti con regole precise e garanzie di trasparenza. Di fatto, per ora, restano una pratica di “populismo di sinistra” per rispondere al nuovo gioco di società “chi metto in lista?”. Contro i “nominati”, ovviamente; quelli che la gente andava a votare con i bigliettini in tasca dati dal parroco, dal segretario di sezione, dal mafioso o dal fascista del quartiere. Eppure il tempo in cui si votava per il partito di cui ci si fidava per ideologia non era così male. I politici potrebbero rendersi conto che dovrebbero rifarsi lo smalto con progettualità nuova e non affidata solo alle personalità: dannoso praticare l’antipolitica e “affidarsi”, mentre a Bologna il 5 % dei negozianti paga il pizzo (e non le tasse) e perfino le cooperative sociali lucrano denaro pubblico senza produrre benefici sociali.
Perché i pericoli sono grossi: rimossi i partiti, la società civile rischia che il proprio Comune (e il Parlamento) sia composto in futuro da ricchi e da lobbisti. Le campagne elettorali costano e, se non si è un Nobel, un calciatore o una Madonna, nessuno è così conosciuto da essere votato. I partiti della Sinistra ormai hanno risorse solo per veicolare due o tre funzionari: infatti, invece di fare una bella lezione di educazione civica al paese per sostenere il costo della politica è un dovere (purché nella trasparenza), hanno deciso di rinunciare – l’Italia unico caso in Europa – al finanziamento pubblico. Per farsi ancora più male molti vorrebbero le preferenze (già oggetto di diffidenza della vecchia sinistra): nonostante l’umiliazione di avere avuto una sessione dell’antimafia a Bologna, sembrano ignorare che basta far fotografare la scheda con il cellulare per trovarci la ‘ndrangheta in Comune. Auguri!
Sarebbe il caso piuttosto di domandarci se “ci piace” la democrazia. La quale assoggetta le più nobili aspirazioni individuali al principio della maggioranza e preferirebbe che, per dare senso alla rappresentanza, le decisioni istituzionali non assomiglino a riunioni condominiali o agli orrendi talk show televisivi. I politici che hanno responsabilità organizzative facciano uso di tutte le forme della comunicazione per ridare senso ad una “forma-partito”, probabilmente meno rischiosa di singoli e movimenti di più o meno onorata fama. La gente avrebbe una gran voglia di ricevere informazioni e capire, ma comunica “dal basso verso l’alto” solo con l’arma del non-voto: da parte del Pd non è stato carino aver evitato il congresso per eleggere il segretario cittadino; sarebbe preoccupante che il congresso regionale restasse burocratico: il 2016 è domani e invece di sfogliare margherite su quanto “piacciono” le persone, ragioniamo su che cosa e chi conviene a Bologna. Nessuno ha verità in tasca: basta avere il coraggio di liberare le domande.

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