LE SPESE DI MACRON

Giancarla Codrignani

Macron non è arrivato alla Presidenza della Repubblica francese per dono dello Spirito Santo. Mediapart ha spiegato che è riuscito a costruire il Movimento En Marche e a promuovere la propria immagine in tempi record con grande capacità organizzativa, ma anche con generosi contributi di sostenitori che hanno raccolto 13 milioni. Nel corso di meno di un anno il crowdfunding si è realizzato attraverso i soliti incontri, aperitivi, cene con cui ormai debuttano anche i ragazzi candidati ai Consigli di Circoscrizione. Ma con i contributi solidali delle piccole donazioni da 50 euro non si va lontano: i ricchi, i banchieri, le lobbies si sono impegnati ben più seriamente, sia pur nel rispetto della legge che blocca le donazioni a 7.500 euro.
Le campagne elettorali costano. Se continuiamo a restare prigionieri di antipolitiche e populismi di destra e di sinistra, non ci accorgeremo che tra poco il Parlamento sarà composto o di ricchi o di lobbisti, oltre a rappresentanti di dovere dei partiti tradizionali (gli aborriti “nominati”) e a qualche celebrità (una possibilità per aiutare Totti).
Da quando la televisione ha eliminato la presenza serale ai comizi e alle riunioni di sezione, la gente ha perso completamente il contatto con le rappresentanze e nessuno si ricorda il nome degli eletti del proprio collegio e tanto meno la competenza. D’altra parte i tempi andati non furono esemplari: genitori e nonni andavano a votare un partito a cui affidavano la scelta dei candidati e si recavano al seggio muniti di “bigliettini” con i nomi su cui apporre la croce. Non è detto che fosse così sbagliato, perché la responsabilità di votare “chi decido io”, si scontra con l’impossibilità di conoscerli tutti uno per uno per scegliere davvero secondo coscienza. Ma nessuno pensa che bisognerebbe fare politica (?) prima per capire perché mai qualcuno fa fundraising per farsi conoscere e poi va in Parlamento perché lo votiamo. Eppure bisogna sapere che gli euro sono ormai necessari, perché in Italia la trasparenza non è mai garantita e le mafie cercheranno le loro rappresentanze dirette.
Ma sullo sfondo si notano altri fenomeni da tenere a mente. Uno è l’errore commesso (soprattutto dai partiti di sinistra) di abolire il finanziamento pubblico: si è persa l’occasione di una bella lezione di educazione civica per spiegare che la spesa politica è un dovere sociale. Un altro è l’altro errore di abolire i vitalizi dopo aver già ridimensionato le indennità parlamentari. Non si può indulgere al populismo di “tutti corrotti, tutti indegni”: i costituenti sapevano quel che facevano quando hanno usato i termini Indennità (e non stipendio) e vitalizio (e non pensione). Perché non si tratta di un lavoro come un altro. Con buona pace di Teresa Mattei che voleva la stessa remunerazione del metalmeccanico, il livello è in analogia con quello dei magistrati e segnala una soglia di garanzia ad abusi e corruzioni. Se si approverà che si tratta di stipendi e pensioni, per piacere regoliamo contrattualmente tutta la normativa: orario di lavoro, riposo settimanale, ferie e, in particolare, la sicurezza. Anche perché con la “perfezione” del bicameralismo, i nostri parlamentari lavorano un’infinità di ore che non si riscontrano negli altri paesi per costruire le leggi nelle defatiganti, ripetute ad infinitum ore delle commissioni e che, infine votate in una Camera, passano alla seconda, di solito il Senato, dove le attendono emendamenti, quasi mai migliorativi, per ricominciare il “palleggio. Immagino che Donata Lenzi alla soddisfazione per l’approvazione della sua legge sul “consenso informato”, unisca la consapevolezza che in Senato i veterocattolici l’aspettano al varco con gli emendamenti riduttivi o l’attesa di elezioni che cancellano tutto..

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