La teologa congolese suor Rita Mboshu Kongo, docente all’università Urbaniana, al seminario internazionale organizzato in Vaticano dalla rivista “Donna Chiesa Mondo (“La Chiesa di fronte alla condizione delle donne oggi”, 19/31 maggio 2015) ha denunciato in un intervento apprezzato dal card. Parolin, che in Africa ci sono suore costrette a vendersi, abusate da ecclesiastici e poi abbandonate dalle loro stesse Congregazioni. In un’intervista al settimanale spagnolo “Vida Nueva” ha ripetuto la denuncia con maggior ampiezza. Lo dice “Adista/notizie” del 20 giugno. 

Faccio riferimento ad una denuncia di dieci anni fa che si trova in: Giancarla Codrignani, L’amore ordinato, 2005. ediz. Com-Nuovi tempi:

<<La storia della violenza di genere, agìta dall’uomo e subita dalla donna, spiega anche perché non c’è corrispondenza fra verginità delle religiose e celibato maschile. La verginità femminile, oltre ad essere un uso ereditato dalle religioni pagane, era strettamente connessa con la tradizione sociale. Per l’uomo la verginità non è mai stato il requisito su cui si faceva il prezzo di una dote, perché se, al contrario, l’avesse esibita (cosa mai accaduta in assoluto) si sarebbe denunciato omosessuale o impotente; e sarebbe diventato risibile. Per questo il celibato significò specificamente il rifiuto del matrimonium e non convisse mai “necessariamente”, almeno per il costume, con la castità….
Si evita di discutere di violenza sessuale contro le donne perfino quando riguarda gli interna corporis. Perché anche le “consacrate” subiscono.
E’ rimasta senza pubblica reazione perfino una risoluzione del Parlamento europeo che, venuto a conoscenza, da un rapporto pubblicato dal National Catholic Reporter, << che la Santa Sede ha confermato di essere a conoscenza di casi di stupro e di abusi sessuali ai danni di donne e anche di suore da parte di preti cattolici>> e che – dopo l’arrivo in Vaticano di almeno cinque rapporti su casi che coinvolgevano almeno 23 paesi – <<numerose religiose stuprate sono state anche costrette ad abortire, a dimettersi e, in taluni casi sono state infettate da HIV>>, chiedeva, il 5 aprile 2001, l’arresto e il giusto processo degli autori dei reati e il reintegro delle vittime destituite.
Il Vaticano non era mai stato ignaro delle prevaricazioni dei suoi preti sulle donne, ma gli anni ’90 del secolo scorso hanno segnato un cambiamento radicale. Per la prima volta sono arrivate alla Congregazione per la Vita Consacrata, ai superiori degli Ordini religiosi coinvolti e alle Conferenze episcopali dei paesi implicati non più solo singole denunce, ma dossier precisi e documentati da parte di responsabili missionarie, di Superiore, di intere Congregazioni femminili. Come le donne laiche che avevano incominciato pochi anni prima a denunciare la violenza sessuale diffusa e si erano impegnate per ottenere una definizione giuridica del crimine di stupro a sostituzione del tradizionale “reato contro la morale”, le suore smisero di tacere.
Il Vaticano, dopo la memoria di suor Maura O’Donohue del febbraio 1995 aveva ordinato, attraverso il prefetto della Congregazione, cardinale Martinez Somalo, un gruppo di lavoro per approfondire la questione insieme con la stessa suor Maura, coordinatrice – per la Caritas e il Fondo cattolico per lo sviluppo oltremare (Cafod) – dei programmi sull’Aids da cui le erano pervenute le prove delle violenze. Si scoprirono cose agghiaccianti: una superiora, ricorsa al vescovo a causa dello stato di gravidanza di 29 suore abusate da preti diocesani, era stata sollevata dall’incarico insieme con tutto il capitolo; suore violate, lasciate sole con il loro bambino a rischio di indigenza totale e ridotte o ad assumere il ruolo di seconda o terza moglie in una famiglia o a diventare prostitute; era opinione diffusa che le suore costituivano l’obiettivo sicuro da un punto di vista sanitario per le esigenze sessuali dei preti non garantiti dai contagi se frequentavano le prostitute; alcuni preti suggerivano alle suore prese di mira di assumere contraccettivi con il falso pretesto che servivano contro l’Aids; una suora, indotta all’aborto dal prete che aveva abusato di lei, morì per le conseguenze dell’intervento e fu il responsabile della sua rovina a celebrarne il funerale.
Testimonianze e ulteriori denunce arrivarono a pioggia da suore di diversi paesi, non solo dall’Africa.
Suor Maura O’Donohue si era assunta una responsabilità morale e sociale a cui – con buona pace degli ecclesiastici più contrariati per lo scandalo delle notizie diffuse che per i reati commessi – non intendeva sottrarsi: <<ho preparato questo rapporto dopo una lunga e profonda riflessione e mossa da un vivo senso di urgenza, dal momento che questi argomenti toccano il cuore stesso della missione e del ministero della Chiesa>>. L’urgenza era reale, anzi tardiva, anche perché la causa occasionale della conoscenza degli stupri era stata la ricerca sull’incidenza dell’Aids, mentre i fatti avevano una lunga storia occultata, non occasionale: la casistica riguardava ben ventitre paesi, tra cui Italia, Messico, Giappone e Stati Uniti.
Nonostante lo scalpore dei fatti, non seguirono interventi significativi e nessuna denuncia ai tribunali ordinari. Tranne le voci delle suore.
Madre Giuseppina Tresoldi, già superiora delle missionarie comboniane, intervistata dalla rivista Nigrizia, confermando la rilevanza del prezzo che le donne pagano ovunque alla prepotenza maschile, non mancava di ricordare anche le note critiche di suore africane più tradizionali, che si erano sentite tradite dalle europee per aver reso pubblici fatti che, come succedeva nel passato anche in Europa, “era meglio tenere segreti”. Uno degli equivoci, infatti, è il rapporto di subalternità che le donne hanno nei confronti degli uomini e, a maggior ragione dei preti, dotati di autorità particolare. Al noviziato arrivano ragazze prive di formazione cristiana e, mentre i seminari maschili hanno mezzi, i noviziati femminili non hanno libri, né materiali, né docenti adeguati e neppure danaro per provvedere: uno dei problemi di fondo diventa così <<il condizionamento psicologico operato dai preti sulle suore>>. Le religiose sono anche vittime delle <<ristrettezze finanziarie che le costringono a rivolgersi a chi può aiutarle; dunque al prete, a prezzo della loro integrità fisica>>. Inoltre c’è <<un equivoco che pretende che una cosa è il celibato, una cosa la castità. Può venirne fuori che celibato vuol dire non sposarsi, ma senza che ciò precluda atti sessuali per i quali le suore debbono…aiutare. Altrimenti per il prete sarebbe necessario andare da altre donne, con tutti i rischi connessi. Questo veniva detto apertamente>>. E’ quindi necessaria una miglior formazione delle novizie, ma <<dobbiamo anche preparare meglio i preti>>.
Nel settembre del 2000, fu reso pubblico il rapporto che suor Esther Fangman aveva esposto al Congresso degli abati, priori e abbadesse degli Ordini benedettini di sua appartenenza. Anche per lei la questione di coscienza personale interpellava con urgenza la responsabilità della Chiesa: <<la mia esperienza di psicologa mi ha insegnato che le vittime della violenza non rimangono profondamente traumatizzate solo dalla violenza, ma anche da coloro che ne vengono a conoscenza ma stanno zitti. Sapevo di non poter conservare la mia onestà dicendomi che non avevo mai sentito nulla. Sentivo che era necessario aprire il dibattito su questi problemi appena fosse stato possibile>>. Senza generalizzare le accuse, esplicitava le ragioni e le modalità dei fatti per capire come sia potuto accadere che <<un prete può presentarsi alla porta del convento e aspettarsi che gli venga offerta una religiosa>>, che una ragazza che chiede di entrare in comunità non riceva i documenti <<se non va con lui>> e che un’occasione di rischio sia la confessione. Suore inviate a Roma per la formazione, se prive di mezzi, trovano preti disposti a dar loro del danaro in cambio di qualche favore: <<esse si immaginano di dover andare a servizio, a fare lavori di casa e invece…si domandano loro dei favori sessuali>>. Negli Stati Uniti una suora, nominata direttrice di una scuola elementare, alle prime difficoltà si rivolse al parroco: <<egli la fece entrare nel suo ufficio, chiuse la porta e la prese sulle ginocchia abbracciandola ‘per consolarla’…Con il passare del tempo l’ ‘affetto fisico’si manifestò con altri approcci. Alla fine, la relazione divenne sessuale e la suora perse contatto con la verità dentro di sé>>. Cadde così nella depressione, in quella che suor Esther – che è psicologa, ma in primo luogo, come suor Maura, profondamente donna – chiama dissonanza cognitiva e che la fa pensare alla sindrome di Stoccolma: ostaggi rimasti per giorni sotto sequestro, che, anche liberati, continuano a subire l’influenza e a replicare il punto di vista del nemico.
Il National Catholic Reporter pubblicò agli inizi del 2001 anche un “prontuario” per la prevenzione degli abusi sessuali a danno delle suore che la superiora della Congregazione di Nostra Signora, Ellen Gielty, aveva predisposto fin dal 1998, come richiesta politica del proprio ordine alla Congregazione per i religiosi. Tra i “suggerimenti pratici” residenze per le suore studenti, l’educazione all’autostima e la revisione dei significati di “castità” e “celibato”, soprattutto nella formazione dei preti. Senza ricevere risposte, che si sappia.
La superiora delle Suore di Notre Dame, Mary Sujita Kallupurakkathu, credendo che il potere creativo dello Spirito sia all’opera nelle donne, che nel mondo più soffrono per la povertà, l’ignoranza, lo sfruttamento e le emarginazioni di ogni genere, chiede alla Chiesa che le religiose non siano considerate come pura forza lavoro. E insiste per un Forum di riparazione, perché <<il concetto di communio spesso non include le donne…Quali strutture vogliamo far morire, quali strutture nuove vogliamo creare per garantire che donne e uomini possano vivere in pienezza la loro immagine divina come discepoli di Gesù nella Chiesa e nel mondo d’oggi?>>.
Nel maggio 2001 si era riunita a Roma l’assemblea dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali: nel comunicato si sottolineava la scelta delle religiose di “opporsi ad ogni forma di ingiustizia, al cattivo uso del potere, al dominio, allo sfruttamento, specialmente se esercitato sui bambini e sulle donne (anche religiose)” e si esprimeva la determinazione di “contrastare ogni forma di sfruttamento e abuso sessuale su donne e bambini”.
…..Al vantaggio di essere nati uomini, invece, per i preti si aggiunge il privilegio addizionale conferito dal sacerdozio. Domanda una che, on-line, si chiama Esther e che ha avuto a che vedere con queste “tentazioni”: <<pensate che colei che ne è stata vittima possa dimenticare quello che è accaduto quando il prete leva l’ostia e dice ‘il corpo di Cristo’? e conclude: la prima questione da trattare è il valore di tutti gli esseri umani e, in particolare, si deve insistere sul rispetto per le donne. In secondo luogo dovrà essere esaminata la questione del celibato>>.
Le donne, anche quelle che sono suore, sembrano essere più coerenti e coraggiose degli uomini, individualmente presi, e delle istituzioni governate dal genere maschile. Affrontano, infatti, limpidamente i problemi scabrosi, consapevoli del valore positivo della denuncia di verità e si impegnano direttamente sui problemi non per speculare astrattamente, ma per sanare i danni.>>

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