Gli indios del Sud cileno sono circa un milione e mezzo. A Bologna li conosciamo bene perché erano uno dei problemi di politica internazionale che abbiamo imparato da Fresia Cea, una rifugiata della prima ora, arrivata in Italia tra i profughi accolti nella nostra ambasciata, dove era stata lanciata dai compagni – lo raccontava lei – piccola di statura e allora magra com’era, oltre il cancello che la recintava.  Mi ci sono recata anch’io perché ero interessata a capire se si potevano ancora recuperare gli antifecondativi naturali della loro tradizione (e scoprii che non solo se ne occupava già qualche ricercatore dell’Università di Temuco, ma che le nonne non avevano più parlato dei loro segreti con le nipoti in minigonna). Con gli indios un’esperienza difficile: soprattutto accettare e non bere la chincha ottenuta da serate di masticazione di chicchi di mais messo a fermentare. Poi anche vent’anni fa i tempi erano già difficili e Fresia aveva per difesa da aggressioni un lupo enorme, ferocissimo che lasciava libero la sera e ne vedo ancora l’ombra proiettata sul mio letto transitare minacciosa oltre il vetro.
La comunità mapuche vuole l’autonomia della loro Araucania, ma il governo si avvale ancora della legge antiterrorismo voluta da Pinochet. La democrazia dovrebbe essere più coraggiosa, soprattutto se la Presidente è socialista (e la linea non durerà): è certamente vero che non mancano i rischi anche di gravi reati comuni contro la proprietà, ma gli attentati dei ribelli continuano perché non viene rispettato un diritto che, se riconosciuto, può eliminare gradualmente le reazioni violente perché l’autogestione educa più della repressione.

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