Mi dispiace di non aver trovato inserito in nessun commento sul Sessantotto il nome di Herbert Marcuse. Penso che i giovani non ne sappiamo nulla, ma l’ Uomo e una dimensione è stato importante. Umberto Galimberti, rispondendo ad una lettera, lo ricorda come un “classico”, vale a dire, come per Pasolini, che “quando un pensiero è profondo e s’inabissa fino alle radici del fenomeno che vuole spiegare, quel pensiero non muore mai e il testo che lo esprime diventa un classico”. E precisa: ne L’uomo a una dimensione Marcuse mostra come il progresso della nostra civiltà esige una dose sempre più massiccia di conformismo, a cui è praticamente impossibile sottrarsi per effetto dell’omologazione al mondo dei prodotti che consumiamo, al mondo degli strumenti di cui ci serviamo, al mondo dei nostri simili,  retrocessi al ruolo di funzionari di apparati, per cui ad essi ci rapportiamo non come a persone, ma coma a rappresentanti del mondo delle cose.
E aggiunge che già Nietzsche indicava gente che chiamava “gli ultimi uomini”, quelli che si accontentano di “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, salva restando la salute. Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente va da sé in manicomio”. E così Freud parla della miseria psicologica della massa. O Heidegger della “dittatura del Si”, il ‘si dice’ dell’irrilevanza di tutto.
Credo che una responsabilità abbia avuto e abbia l’intellighenzia di sinistra che ha riferito alla massa e alla classe una concezione che davvero invita all’individualismo esasperato che proprio la sinistra voleva rifiutare. Ma la fantasia, il sogno, la creatività hanno bisogno del soggetto. E, ovviamente, non fare leva sulla singolarità dell’individuo appare allucinante nel conformismo delle macchinerie dei social e di molto altro legato alle risorse elettroniche: siamo noi che le usiamo. Rischiamo di venire usati e di perdere umanità più di prima.
E si può perdere la LIBERTA’.

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