MATTEO RENZI E’ COME FANFANI. E ALLORA?
24 febbraio 2018
Giancarla Codrignani
Sull’ultimo numero dell’agenzia Adista, Vitaliano Della Sala racconta di un tale che, all’obiezione sul rischio di inventare partitini, ha risposto: “è vero che non vinceremo, ma toglieremo voti a quell’altro e non vincerà nemmeno lui”. Può essere che costui non abbia ancora capito che il gioco avviene da sempre su due soli tavoli, sinistra o destra, ma sarebbe meglio votasse direttamente Berlusconi e si assumesse le responsabilità senza albergare in cuore l’odio contro un leader politico scelto come segretario con regolari votazioni.
Dico la verità, mi sono spaventata: la logica “amico-nemico” riservatela alle guerre. 
Mi ha impressionata invece, questa volta positivamente, la serie di testimonianze a favore del Partito Democratico di personalità conosciute per essere buoni cattolici: Ceccanti, Tonini, Prenna, Guido Formigoni (cognome lombardo, non si tratta del Roberto/Celeste), Russo Spena…. Si sono compiute le lunghe transizioni del partito che ha governato sotto l’insegna strumentale di una “democrazia cristiana” che, non a caso, don Sturzo voleva si chiamasse Partito Popolare. Oggi la Chiesa, finalmente seguace del Concilio Vaticano II, fa un passo indietro dall’agone politico e rispetta la libertà politica, che è laica. Il Vaticano dopo il 1948 e la scomunica del partito comunista ha condizionato le scelte della minoranza dei cattolici che avevano partecipato alla Resistenza e che pensavano alla Dc come ad un “partito – De Gasperi dixit – di centro che cammina verso sinistra”, ipotesi definitivamente archiviata dopo l’assassinio dell’on. Moro. L’evoluzione della Democrazia cristiana che aveva governato come se lo Stato fosse proprietà della sua egemonia, sciolse gli ormeggi e approdò a Berlusconia per interesse e per vetero-anticomunismo, mentre la sinistra-dicci, dopo la fine del “comunismo reale”, è venuta superando l’incompatibilità politica attraverso le fasi intermedie degli ulivi e delle margherite e oggi è ormai parte integrante del Pd, cioè di un partito democratico. Per me – un’indipendente di sinistra, che ha sostenuto il Pci ritenendolo degno di governare in un’Italia che non aveva mai avuto alternanza di governo – una sinistra che intenda governare in Italia – vale a dire in un paese moderato che non ha mai avuto alternanza di governo fino al centro-sinistra di Prodi, che ha cambiato 64 governi in 70 anni di libera Repubblica ed è sempre stata afflitta dal ricorso all’insana pratica delle elezioni anticipate – deve saper riunire anime diverse in unità, avendo per finalità il bene del paese, e deve guardarsi dalle “larghe intese” inaugurate dal tatticismo togliattiano che volle il Concordato del 1929 inserito in Costituzione e fu rinnovato negli orrendi cosiddetti “inciuci”. Insomma un partito laico e “di sinistra” nel senso ovvio della fedeltà non solo teorica ai diritti di libertà, uguaglianza e giustizia e al federalismo europeo; capace di governare secondo regole di trasparenza e rispetto della legalità nella consapevolezza che anche il nostro paese attraversa la difficile transizione che coinvolge l’intero mondo globalizzato e disorientato da innovazioni tecnologiche che intaccano le vecchie sicurezze. Un partito come, fino a prova contraria, il PD, che valuto non sui nomi dei suoi esponenti (come nessuno ha mai fatto con De Gasperi o Craxi o D’Alema e neppure con un altro toscanaccio come Fanfani), ma sul lavoro fatto nella legislatura da poco conclusa, nonostante le condizioni difficili di un Senato dove il partito di governo non arrivava al 30 %. Forse Casini come candidato non è il massimo per un partito “rottamatore” (ancora Casini?), ma è uno che è pur piaciuto quando ha votato le convivenze e il fine-vita. D’altra parte anche l’amica europeista Emma Bonino è stata Commissaria europea per il governo Berlusconi nel 1995.
La sinistra-sinistra, nonostante la fine del comunismo storico, da trent’anni non riflette sul significato di dirsi tale in un mondo in accelerata trasformazione, ormai modificato perfino antropologicamente, dove il lavoro non sarà mai più quello di un tempo, dove un Papa non comunista esorta a inventare nuove declinazione dei diritti perfino in Vaticano (e i cattolici reazionari lo accusano di eresia). I frazionisti non perdonarono a Turati di essere riformista e neppure a Prodi di essere un “diverso”, simpatico, ma da usare per vincere e poi bidonare due volte, preferendo le tradizionali “larghe intese” con Monti e Letta e governando addirittura con Berlusconi. Ostili a una linea politica antipatica perché non massimalista come fu quella del Pci nel 1921, ma che ha portato simpaticamente il Pd nel partito socialista europeo. Anche Berlinguer fu percepito da buona parte della vecchia dirigenza Pci come un corpo estraneo: uno che, dicendo “nemmeno con il 51 % governeremmo da soli”, anticipava un partito che fosse realmente democratico e laico.
Comunque è disperante che la gente sia così inquinata dal gioco dei social “mi piace-non mi piace” da ripeterlo anche quando vota. E’ disperante perché non vede i segnali allarmanti che anche in altri paesi europei dicono di parole orribili quali nazionalismo, fascismo, antisemitismo, xenofobia. Il voto italiano può ridare speranza all’Europa, condizionare l’evoluzione della politica franco-tedesca e, nonostante il fardello di 2.300 mld. del nostro debito, fare da contrappeso alle conseguenze della brexit e alla coalizione di Visegrad a cui si sono aggiunte l’Austria e la Cechia. Il buon cittadino che vota oggi pensa soprattutto a questi problemi. E riflette se questa legislatura ha ben meritato per il suo lavoro (360 leggi approvate; tra cui riforma del terzo settore, reato di depistaggio, di falso in bilancio, di caporalato, ecoreati, convivenze…) e per la qualità del lavoro (per la prima volta per il piano contro la povertà – da 40 mld., non i soliti pochi pochi milioni annui – hanno lavorato insieme la Commissione Sociale e quella Giustizia “per rispettare i diritti, non fare assistenzialismo”). E chi ha dei dubbi, si informa sui siti del Parlamento e sulla rete, diffidando dei social, dei talk show e delle promesse non accompagnate dalle previsioni di spesa.

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