Daria Argento non poteva prevedere che denunciando il dramma personale avrebbe sollevato un movimento internazionale. Me#too, “anch’io”, ha catturato l’attenzione dei media sulla violenza contro le donne, un focus che deve restare proiettato sulla questione che, a partire dalle donne, riguarda la qualità del vivere sociale.
Non solo le donne in carriera, ma anche le metalmeccaniche in fabbrica subiscono aggressioni, ricatti, offese alla dignità di genere. Per questo le donne sono coinvolte “tutte”: non c’è ragazza che non abbia incontrato in vita sua almeno un esibizionista. E già questa “molestia” – che la psichiatria sociale dovrebbe indagare – indica non solo fenomeni di rilevanza penale, ma un costume malsano. Dal “complimento” insultante al ricatto sul lavoro, dai maltrattamenti in famiglia al femminicidio, sullo sfondo è sempre la stessa violenza.
Se Christine Lazard ha dichiarato che anche al Fondo Monetario circola troppo testosterone e se perfino alla Mecca le donne hanno condiviso me#too, per mettere in crisi la tradizione patriarcale più incivile è necessario l’intervento di strumenti culturali e politici.
L’Unione Europea raccomanda la presenza di un Centro antiviolenza ogni 10.000 abitanti e un centro d’emergenza ogni 50.000; ma gli Stati restano sordi e non tutti hanno attivato almeno un telefono d’emergenza o una help-line di intervento. In Italia dovrebbero esserci 5.700 posti-rifugio e sono solo 500: data l’importanza oggettiva della situazione, le case-rifugio dovrebbero rientrare per legge nei servizi di prevenzione. Invece a Roma il M5S ha sentenziato la chiusura della Casa Internazionale delle Donne.
Il “vittimismo” finisce se comprendiamo l’enormità del pregiudizio che unifica le attrici con le immigrate, le disabili, le anziane e le lesbiche. Non c’è possibilità di autentica uscita dalla violenza senza il rispetto della libera vita delle donne, il riconoscimento della loro dignità e la valorizzazione delle loro risorse.

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