LA FINE DI UN RIVOLUZIONARIO

Ho sempre pensato che l’ultimo fosse stato il Che (sperando che in futuro non ci sia ancora bisogno di eoi che si immolano come gli antichi nel tributo sacrificale ai ritardi della storia).
Mugabe  non può entrare nel conto. E’ finito da despota, come tutti quelli che non sono morti e, per coerenza con i loro principi, arrivati al governo, hanno “tirato dritto”. La rivoluzione che riesce, deve affrontare subito le riforme, che purtroppo prevedono il negoziato con le parti avverse.
Mugabe è morto a 95 anni, dopo una cessione del potere che non avrebbe voluto. Comunque troppo tardi per vedere riconosciuta la sua storia intera. Nessuno si ricorda più che aveva anticipato, nella Rhodesia razzista, Nelson Mandela, amico sempre: dopo le scuole dai gesuiti e l’università era diventato leader del partito Zanu nelle lotte contro il regime segregazionista di Ian Douglas Smith e si fece dieci anni di carcere. Vinse nel 1980 e subito riformò il sistema scolastico. Ma non potè avere la meglio nel terreno dell’impegno per il suo popolo: la riforma agraria espropriò i coloni bianchi, ormai ridotti di numero, ma fu il partito a gestire le spartizioni e, oltre al clientelismo, si evidenziò l’incapacità gestionale e tecnica. Le carestie, la siccità, l’emigrazione in Sudafrica, l’assenza di servizi sanitari, la povertà all’80 % obbligarono Mugabe a imporsi come leader unico per reprimere il malcontento e imporre sacrifici senza rispetto di alcun diritto e, come tutti i tiranni, riservò a se stesso e ai suoi uno status elitario non senza sospetti di corruzione.
Non basta dire che distrusse il suo paese e usò la forza contro il suo popolo.

Nel mio giro americano – voluto dalle chiese contro l’istallazione in Europa (per noi a Comiso) dei missili a medio raggio – ebbi come compagno di dibattiti un giovane tedesco che lo conobbe a Berlino e mi raccontava – e lo ripeteva gli americani – come si veniva trasformando per l’avversione non più solo contro l’apartheid, ma contro il regime occidentale di oppressione sui poveri, sempre colonialista e sfruttatore.

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