Ad Eugenio Scalfari dobbiamo molto, soprattutto in termini di Repubblica e L’Espresso, fatto salvo il narcisismo cresciuto dismisura nel corso degli anni che rende illeggibili le articolasse della domenica. Tuttavia è il solo che – anche per le ragioni d’età – cita spesso Berlinguer. Il quale fu dimenticato. Non solo per il tempo passato dal 1984, ma per il “fuoco amico” anche postumo. Oggi Scalfari cita il “movimentismo” di Ingrao che non piaceva al Segretario del Psi e l’opposizione di. Amendola che (come poi fu caratteristica di tutto un gruppo dirigente sostanzialmente contrario alla linea di trasformazione berlingueriana della stessa forma-partito) legava insieme l’approccio comunista/opportunista all’economia di sistema con la dipendenza (anch’essa opportunista? al vertice certamente sì) da Mosca.
Oggi Scalfari, riconoscendo che ci vollero vent’anni per un cambiamento significativo del comunismo italiano (ci sarebbero voluti anche se non fosse stato ucciso Moro che quell’intenzione stravolse), dice che, in un colloquio personale con Berlinguer, aveva osservato che la sua visione di libertà coincideva con quella dei fratelli Rosselli e del Partito d’Azione: la risposta fu. “Lo so. Giustizia e Libertà potrebbero essere benissimo lo slogan del Pci in un paese diverso dal nostro. Forse in futuro questo avverrà, sarà possibile, ma quel futuro è molto lontano”. (e Repubblica scrisse “Se Berlinguer diventa liberale”. Per cui Scalfari dice – l’ho spesso pensato anch’io – che  il Pci di Berlinguer è il nonno del PD.

Di contro osserva che i “sovranisti” sono “in tutto e per tutto simili (tra loro) e in tutto e per tutto alleati alla Russia di Putin”: d’accordo, ma per una singolare eterogenesi dei fini, sono anche vetero-comunisti e dei vetero conquistano i voti. Perché “vetero”.