Bisogna davvero rifare i conti. Siamo nel 2017 e nessuno ricorda le date: lasciando stare che “lo Stato Ebraico” dopo l’affare Dreyfus si pensava di costruirlo anche in Argentina o in Uganda, nel 1917 si stabilisce (l’intesa Balfour) un “focolare ebraico” in Palestina prevedendo la caduta dell’Impero Ottomano che consentirà ai vincitori della prima guerra mondiale di spartirselo. Infatti segue nel 1924 l’accordo Sykes/Picot. Già nel 1947 comincia l’esodo dei palestinesi, secondo le norme dell’Onu che prevedono garanzie e risarcimenti. Lo Stato d’Israele (1948) si è imposto anche con il terrorismo e si estenderà a danno degli arabi. Seguono la guerra “dei sei giorni” (1967), i capitali,  le riforme, le colonie e il furto dei terreni e dell’acqua, la distruzione delle case, la divisione del territorio, l’enclave di Gaza. Nel 2017 il governo di Netanyahu “festeggia” l’anno della nakba del ’67, il disastro assoluto dei palestinesi, definitivamente “occupati”; ma l’azione della prevaricazione assoluta di Israele, le vittime uccise, le torture,  le umiliazioni, la distruzione sistematica  delle case, i posti di blocco, la violazione dei diritti umani e dello stato di diritto hanno disonorato Israele. I documenti dell’Onu sono rimasti impotenti e la forza si è fatta legge. Ma Israele ha perduto l’identità del kibbutz, la memoria della persecuzione, la laicità dell’ebraismo originario: non è più quello che poteva essere, anche se nessuno toglie la memoria della shoa.
Tuttavia cinquant’anni – che poi sono in realtà settanta – non possono lasciare che anche il mondo democratico si divida pro o contro le due entità. Bisogna denunciare con forza l’illegittimità della situazione e far conoscere le determinazioni delle Nazioni Unite perché possano essere rispettate dai governi; che non possono lavarsene le mani. Ma non è creando associazioni che “stanno dalla parte” delle vittime (i palestinesi) che il punto critico centrale di tutto il Medioriente in conflitto migliora: si finisce per entrare nella logica amico/nemico. Agli esterni spetta di creare terreno favorevole alle mediazioni. Da soli né gli israeliani con la loro forza né i palestinesi con il solo appoggio dei sauditi verranno mai fuori dalle difficoltà da soli.

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