PENSARE AL VOTO EUROPEO                           IN DIALOGO ottobre 2018

Inizio con due citazioni. Massimo Cacciari il 2 ottobre, in un incontro con la Generazione Erasmus a Bologna, ha lapidariamente detto: “Guardate che adesso governano i giovani in Italia. E stanno occupando gli estremi dello schieramento politico: i giovani di destra-destra con Salvini, gli altri che, confusamente, rappresentano le istanze sociali. Quando storicamente questi estremi si compongono – nazionalismo e sociale – per la sinistra la partita è chiusa”.
Lo stesso giorno un lettore di Repubblica aveva mandato al giornale da meditare le parole di Giuseppe Bottai, ministro fascista dell’Educazione Nazionale che nell’aprile del 1944, sotto occupazione tedesca e con il senso della fine sul collo, scriveva al figlio: “Noi fummo tratti a fidare soprattutto in noi; il che vuol dire sulla nostra volontà, che ci fece ritenere illimitata la nostra potenza creatrice, più che sulla nostra coscienza che ce ne avrebbe mostrati i limiti… e, sdegnosi di quella formula dei padri , secondo la quale la politica è l’arte del possibile, operammo come se la politica fosse l’arte dell’impossibile, del meraviglioso, del miracoloso. Da ciò la tragica sproporzione tra i disegni e le reali possibilità che ci ha portato a questo collasso spaventoso”.
Posso tirare la somma implicita dei due testi con le parole attuali di papa Francesco (ai partecipanti alla conferenza mondiale sul tema xenofobia, razzismo e nazionalismo populista nel contesto delle migrazioni mondiali): “Purtroppo accade pure che nel mondo della politica si ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure o le oggettive difficoltà di alcuni gruppi e di servirsi di promesse illusorie per miopi interessi elettorali”. A complemento oggi l’ultima notizia: Sergio Staino, il grande creatore di Bobo, ha rimesso il suo incarico di vignettista su Avvenire, perché troppi e troppo gravi gli insulti del tipo “aspetto il giorno di vederla bruciare nelle Fiamme dell’inferno accanto a quell’attorucolo che oggi siede sul seggio di San Pietro”. Adesso le voci dissonanti, a volte al limite della volgarità – dice Staino al direttore Tarquinio rimettendogli l’incarico – sono troppe ed investono, sfruttando strumentalmente il mio lavoro, la tua figura, il valore del giornale da te diretto, fino, oserei dire a colui che oggi guida il mondo cattolico”.
Non è il momento migliore della nostra storia. Per questo non possiamo stare a guardare.
Rivolgiamo una domanda a quella metà dei costituzionalisti che sono appassionatamente intervenuti a difendere la Costituzione contro il referendum abrogativo degli ordinamenti: perché non vi unite alla metà che invece era favorevole e incominciate, insieme, a fare compagnia a Mattarella per i tanti attacchi allo stato di diritto, perfino alla richiesta di abrogare le prerogative della Presidenza della Repubblica? Seguite l’esempio dei giudici della Consulta che si sono recati a Rebibbia per incominciare un viaggio critico nelle carceri, oggi fuori dai principi costituzionali e umanitari!  Dovreste sentire anche voi le preoccupazioni che ci investono tutte le volte che ascoltiamo il nuovo linguaggio e le spericolate innovazioni legislative del nuovo governo. 
Credo che sia urgente – ci sollecitano le elezioni europee del 26 maggio: ormai mancano solo sei mesi e anche Emma Bonino chiede di attivarci da subito – prepararci bene cercando gli argomenti giusti e aiutando amici ed estranei da bar a salvare lo Stato di diritto, ormai l’ultima frontiera che deve difendere la sinistra, qualunque cosa (riformista, radicale, comunista o democristiana, maschilista o femminista) pensi di essere. Dividersi ulteriormente rispetterebbe la tradizione, ma sarebbe un peccato capitale per il bene comune.
Una previsione può essere che l’avrà vinta la finanza: se la mondializzazione cede alle nostalgie residuali del passato e lascia risorgere i nazionalismi, non resteranno “globali” i diritti democratici (o l’aspirazione a farli affermare), ma solo i flussi del danaro e l’ormai affermato potere delle multinazionali informatiche che sono al top della ricchezza e per giunta governano i nostri dati (e quindi governeranno anche le coscienze degli elettorati).
L’economia mondiale è sovraccarica di debiti e la Presidente del Fondo Monetario Christine Lagarde ha lanciato segnali d’allarme. Tutti sappiamo che un’altra crisi (dopo quelle epocali del 1929 e 2008) sarebbe mondiale e interesserebbe non solo l’Occidente, ma tutti i continenti.
Non è estemporaneo fare una riflessione storica sulla prima guerra mondiale, avvenuta solo un secolo fa. Per possedere Trento e Trieste, che si potevano ottenere al tavolo negoziale, l’Italia per propagandare “la patria più grande”, ha avuto 650.000 morti e un milione di feriti, la metà dei quali rimasti invalidi e mutilati. Ne derivò un disagio che non andò a incolpare il disastro che è sempre la guerra, ma produsse la “rivoluzione fascista” e, nella devastazione dei vent’anni di aspettative popolari deluse, la seconda guerra mondiale.
Non è più pensabile una guerra dopo oltre settant’anni di pace in Europa? Certo; ma non mancano guerre economiche, informatiche, perfino “difensive” dei diritti umani. E queste ultime sono la poco decorosa frontiera che abbiamo costruito, incapaci di estendere i diritti di civiltà nelle aree conflittuali, ma pronti a difendere il benessere di noi ricchi occidentali (l’Italia è il settimo paese industrializzato del mondo, il settimo per ricchezza!) a spese di guerre che hanno distrutto vite e beni che andranno ricostruiti (le vite no, ma i territori devastati, le case distrutte, l’ambiente inaridito) per far andare (o riandare) il ciclo del nostro sempre più relativo benessere. La vendita delle armi ai belligeranti resta criminale, ma soprattutto diventa masochista.
Putin e Trump cercano di impedire l’unione europea. Distruggere l’Europa – il voto italiano sarà decisivo – è totalmente autolesionista, come i nazionalismi rinati dopo settantacinque anni di presunta democrazia. Pensiamo che Trump potrebbe dire America first se la California, il Texas, l’Alaska fossero “nazioni” sovrane e non “Stati” Uniti? 
Il governo attuale – democraticamente eletto, quindi legittimo – produrrà ulteriori danni, magari “con l’aggravante della buona fede”, come diceva don Milani. Se siamo esseri umani razionali bisognerà saper dimostrare gli errori comunque commessi e tentare di persuadere l’elettorato per salvare l’Unione Europea argomentandone i benefici. Se le regole del codice stradale sono evidenti, quelle sul debito dovrebbero esserlo allo stesso modo; ma Salvini, Di Maio e Conte ci dicono che si può fare quel che si vuole. Bisogna sapere che se l’Europa e le agenzie di rating fossero indulgenti, lo farebbero solo perché in Italia è enorme la ricchezza privata. Ma, come sempre, i grandi capitali emigrerebbero, eventuali fallimenti bancari sarebbero pagati dal denaro pubblico, lo Stato verserebbe sempre più forti tassi sul debito e si ridurrebbero il welfare e la spesa per scuole, ospedali, assistenza. 
Che fare? Lo dice Cacciari: stare in allerta. In ordine di priorità, attenzione costante al voto europeo. Chi ci governa coprirà i disastri – per ora non ancora direttamente percepiti – con la giustificazione già oggi persuasiva dello slogan ”è colpa dell’Europa”. Informiamoci, ragioniamo, pensiamo per evitare le trappole: come dice Prodi, chi ha il sedere basso non fa danza classica. Comunque bisogna ballare.

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