Un amico ha ricordato sulla stampa che cadono 25 anni dalla morte di Mario Pochetti. Ovviamente nessuno se ne ricorda; anzi, nessuno sa più niente di lui. E’ stato per diverse legislature il coordinatore d’aula del Pci; erano tempi in cui l’obbligo “senza eccezione alcuna” di essere presenti costringeva a Montecitorio anche chi avesse l’infarto. Lui era un cerbero: l’ho visto rimandare al posto Enrico Berlinguer che tentava di uscire con la sigaretta in mano. Con me era severamente gentile: lo irritava che gli andassi a dire che non avrei votato un dato provvedimento, ma stimava la lealtà perché avrei potuto contare sul segreto dell’urna. Ma fu anche davvero affettuoso. Alla fine di una seduta, ero crollata in lacrime sul banco mentre tutti sfollavano: il mio babbo, a Bologna, stava per morire (fui poi “fortunata” perché ci fu una crisi di governo e potei stargli vicina) e mi ero sentita improvvisamente male. Pochetti mi consolò raccontandomi di quando suo padre era morto mentre lui era in montagna partigiano. Non sembrava più la stessa persona che dentro di me chiamavo – gli somigliava davvero – il cinghiale.

Condividi