La condanna per l’attentato di Brescia, arrivata ieri a 41 anni di distanza dai morti di piazza della Loggia, induce a ripensare la storia del nostro paese: che cosa significa una sentenza “in nome del popolo italiano” per un attentato di cui solo chi ha più di cinquant’anni ha memoria personale?  Vale la pena di pensare alla “giustizia” nella società italiana di quarant’anni fa. Io non ero comunista, ma facevo politica a fianco del Pci che ritenevo un’ “alternativa di pieno diritto” ad un sistema politico non solo corrotto, ma contrario agli interessi del mio paese. Avevo vissuto con ansia il clima di tensioni e gli attentati di quegli anni (1969; 1970, anno del Golpe Borghese; 1972; 1974), di chiara matrice neofascista, complici i servizi “deviati”; e sospettavo futuri ricatti economici, rivolti contro il sistema democratico nel mio paese in nome di quella “conventio ad excludendum” che impedì all’Italia, unico caso nella politologia comparata europea, di avere un’alternanza di sinistra fino all’elezione di Prodi. Quando accettai la candidatura nelle liste del Pci non avevo illusioni: bastava qualche operazione finanziaria manipolata e il paese sarebbe entrato in una crisi economico-sociale potenzialmente eversiva. Anch’io, come Pasolini, non avevo le prove ma sapevo i nomi e le strategie che oggi, aperti gli archivi, posso leggere. Diceva un documento britannico di quel 1976 che vide la grande affermazione del partito di Berlinguer: “la presenza del Pci nel governo italiano e conseguentemente l’accresciuta minaccia di sovversione comunista potrebbero collocare l’Alleanza occidentale dinanzi alla necessità di prendere una decisione grave”. Detto apertis verbis è un dato di realtà: allora percepivo la minaccia, davvero poco rassicurante.
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