Bisogna ri-raccontare. Non pochi, come me, giustamente credevano che nel 1976 il Pci fosse degno di governare meglio dei partiti che, sempre gli stessi, che avevano malridotto il paese, mantenuta la corruzione, il basso profilo culturale del paese e la strumentalizzazione del nome cristiano. Soprattutto, conservando il limite istituzionale di averci condannati a non avere alternanza di governo, che è il vero vizio della storia istituzionale italiana.
Con Enrico Berlinguer sembrava possibile un progetto democratico: all’interno del partito il segretario era così osteggiato che, senza cinismo, si può dire che “per fortuna” morì prima che i suoi lo emarginassero: era rimasto solo per l’enorme consenso riscosso dal suo carisma. Il riformismo preferito dal Pci era quello dei “miglioristi”: le privatizzazioni e le lenzuolate, distanziare il sindacato del pericoloso Cofferati. L’intento da sempre era stato o di ottenere il 51 % ideologico e governare in proprio, o di accettare il “compromesso” (non quello berlingueriano tra le “culture comunista, socialista e cattolica”) nella forma di “larghe intese”. Infatti, dopo aver garantito, regolando le presenze, molte votazione alla Dc e a Berlusconi, il Ds partecipò al governo Monti e Letta. Il nome era stato cambiato (tardivamente) non per proporre un progetto innovatore, fatto di idee, condiviso (storico il danno delle correnti che avevano diviso il Psi), ripensando che c’era qualcosa da imparare dalla Svezia, dall’Inghilterra illuminista di Smith più che di Blair.
Personalmente mi interrogo su un “movimento” di gente che aveva fatto le analisi giuste ai tempi di Gobetti, del 1921 e, poi di Giustizia e Libertà e che si concretò in un Partito d’Azione, seconda componente della Resistenza, che è stato ed è tuttora osteggiato. Bisognerà spiegare ai giovani che cosa fosse l’azionismo e verificare se mai si fosse reincarnato nella “Sinistra Indipendente”, invenzione opportunistica di un Pci dall’occhio lungo che aveva percepito nuove dinamiche in quella “società civile” che già negli anni ’70 comprendeva pezzi di società e di partito desiderosi di innovazione ed autonomia. L’ostacolo del Pci era rimasto nel nome, causa della conventio ad excludendum, anche se tutti sapevano che non era un partito rivoluzionario, che non avrebbe mai vinto le elezioni, che per giunta non volle capire che l’Urss non era più un riferimento sostenibile, nonostante il particolare dei rubli, perché stava cadendo a pezzi. Significativo del contrasto tra conservatori dell’ideologia (e dei rubli) e innovatori l’attentato a Berlinguer reo di aver pronunciato l’aggettivo “democratico” in pieno Soviet.
Solo con un nuovo nome, assunto troppo tardi, i comunisti favorirono l’Ulivo, come decisiva mediazione (Prodi allora era democristiano e cattolico) per andare al governo: fu il primo “centro-sinistra” della storia italiana, anche se la Presidenza del Consiglio passò ben presto da Prodi a D’Alema. La sinistra, senza più ideologia, ma anche senza voglia di reinventarsene un’altra – passando i decenni il mondo cambiava, i partiti no –  è venuta scendendo gradino dopo gradino nel consenso e procurando dolori e dubbi nella vecchia base; e non solo. Nel 1992 fu causa occasionale della fine di un sistema un processo di corruzione, nuovo solo nella forma scandalosa delle mazzette stracciate in un cesso; ma due anni dopo erano scomparsi tutti i partiti democratici. 
Se la libertà e la giustizia non sono incardinate nel cuore di programmi politici che tengano d’occhio il futuro, quando si perde si paga (peccato che pagano interi paesi): coltivare incerte aspettative quando decadono anche le speranze di sopravvivenza ha aiutato il processo di autodistruzione della stessa forma-partito in corso già dai tempi dei “girotondi” e dei fermenti politici che avrebbero favorito non volendo l’antipolitica. L’Ulivo si era inserito nelle trasformazioni e aveva prodotto conseguenze, non sempre tranquille nell’impatto laico-cattolico tra Ds e Margherite; ma la classe dirigente della sinistra non aveva capito che senza la capacità di ridare senso postideologico al partito, comunque composto, avrebbe seguito la sorte che aveva posto fine a Dc,Psi,Psdi,Pri, scendendo gradino dopo gradino per lunghi, inutili anni.
Oggi gli iscritti Pd – che, nonostante adeguamenti storici e ironie di Grillo, ci sono e vogliono restare – sono composti, a prescindere dalle provenienze, da cittadini autentici che sperano nella libertà e nella giustizia, ma anche nel rispetto delle differenze e nei valori costituzionali da attuare.
Si tratta solo di capire se l’obiettivo n.1 della sinistra da reinventare è la difesa dello stato di diritto.