COSTITUZIONE E RIFORME Unità 23 . VII . 2016

Giancarla Codrignani

Scandalizzerò tutti, anche perché lo dico da cattolica, ma, se avessi mai pensato a riformare la Costituzione italiana, nessun dubbio: pur collocato nella prima parte, quella intoccabile dei principi, avrei chiesto di cancellare il comma concordatario dall’art.7.
Non sono ricorsa ad una (quasi) battuta per sollevare vespai, solo per osservare che la perfezione della nostra bella Costituzione non è così assoluta nemmeno nei principi. Che restano immutati e ci aspettano non fermi al 1948, ma nella prospettiva storica del nostro saperli attuare. Per questo, infatti, stiamo predisponendoci a capire i contenuti della riforma oggetto del referendum d’autunno.
Si tratta infatti di innovazioni che riguardano l’organizzazione dei lavori del Parlamento. I cittadini eleggono i propri rappresentanti perché in Parlamento facciano le leggi: si immaginano che – non solo nell’anno di grazia 2016 – sia nel legificare come nel delegificare (che non è secondario), abbiano la competenza e la capacità politica di fare sintesi tra posizioni diverse per il bene del paese. Nel 1983 – trentatre anni fa, quando Renzi andava ancora alle elementari – ci si rese conto che il paese era intrappolato in contrapposizioni che portavano troppo spesso (e con onere non irrilevante per lo Stato) ad elezioni anticipate: era in questione la “governabilità”, con molta enfasi, fin da allora, sul “diritto del governo a governare”. Che non andava negato, proprio perché previsto da tutte le Costituzioni; ma che non poteva prescindere dall’agibilità e, in qualche modo, dalla priorità dei meccanismi che fanno funzionare la macchina parlamentare. Esempio limite: la legge sulla violenza sessuale, arrivata in porto dopo vent’anni e sette legislature di palleggio tra Camera e Senato, a dimostrare che il bicameralismo “perfetto” perfetto certamente non è. D’altra parte i Costituenti avevano cercato di differenziare le due funzioni perché non fossero ripetitive (e di comodo) sia con la maggior età degli elettori e l’elezione diversificata del Senato (ogni sei anni, non cinque come per la Camera), sia soprattutto con la base regionale dei collegi senatòri.
Fin qui quasi tutti sembrano più o meno d’accordo. Restano i problemi delle responsabilità relative al governo. Dice infatti l’art. 95 che “il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”. Dirigere ed essere responsabili non significa essere autocrati. Significa non essere condannati a non approvare tempestivamente le leggi. Proprio in questi giorni il Senato ha rinviato alla Camera la legge contro la tortura con emendamento peggiorativo. Non è il primo rinvio di una normativa che dà attuazione alla Convenzione internazionale contro la tortura ratificata nel 1989 (tra l’altro, per non rimpiangere troppo il passato, dopo il Cile di Pinchet) e che è stata oggetto di richiamo da parte delle istituzioni internazionali per il mancato rispetto dell’Italia ad un’esigenza di civiltà. Infatti in democrazia non debbono poter succedere fatti come quelli di Genova 2001 o i casi Aldrovandi e Cucchi. In Senato c’è invece ancora chi pensa che la legge debba fornire una scappatoia se alle forze dell’ordine pubblico scappa di esagerare contro qualche presunto delinquente. Il governo voleva la legge entro il 2015: c’è da temere che dovrà aspettare non il beneplacito dell’andirivieni parlamentare, ma una nuova sanzione della Corte dei diritti di Strasburgo.
Una Camera legislativa di 630 persone approverà leggi di questo genere senza dissolvenze che non solo non migliorano i testi, ma sottraggono al cittadino la conoscenza di chi è responsabile dei rinvii e degli emendamenti quasi mai migliorativi. Non mancherà la dialettica perché l’opposizione continuerà a fare il suo mestiere, i partiti prenderanno posizioni di cui l’elettorato sarà consapevole e anche le opposizioni interne saranno chiamate a dire la loro su problemi specifici e concreti, mentre le “responsabilità” costituzionali di opposizione e governo saranno meglio garantite. Parlare di maggior efficenza e tempestività in Italia significa non cedere alla modernità e cedere al potere del governo, ma recuperare decenni di ritardi negli adempimenti normativi. Paradossalmente – per l’impressione diffusa del popolo sempre critico per la presunta fannullonaggine dei politici – Montecitorio e Palazzo Madama lavorano per un numero maggiore di ore rispetto agli altri paesi. Anche quello del parlamentare è un lavoro e i cittadini hanno diritto a verificarne la produttività.
Resta il timore dell’ “uomo solo al comando”. Che esiste a prescindere dalle Costituzioni. Cpme dimostra oggi la Turchia. Per non ricordare che in Italia e in Germania l’uomo forte è stato liberamente eletto dal voto popolare, mentre qualche tentativo golpista è stato pensato anche nella prima Repubblica. Ma, se a qualcuno sembra che il sistema maggioritario, il ballottaggio e il premio di maggioranza danneggino la democrazia e favoriscano troppo il mandato di chi dovrà governare, rivolga la sua attenzione ai sindaci: sono loro gli uomini soli al comando, sulla base della riforma del 1993 che poteva non piacere, ma fu un’innovazione che, estesa nazionalmente, consentì di arrivare a quell’alternanza di governo che il paese non aveva mai avuto. Infatti arrivò prima Berlusconi, ma poi venne Prodi. Chi obietta oggi, dove era quasi vent’anni fa, quando fu attribuito al sindaco l’attuale premio del 60 %?
Chi poi continua a ridire sull’impianto generale, non poteva presentare nuovi modelli di riforma e correttivi durante questi trentatre anni di continui lavori di riforma? Ci sono state ben tre Commissioni bicamerali del cui fallimento il paese ha avuto ogni volta rumorosa notizia: chi legga i documenti di quei dibattiti troverà proposte ancor più opinabili, che i politici, anche giovani, e i giuristi, anche anziani, non dovrebbero ignorare. Nessuno ha profittato dei decenni per avanzare proposte diverse. Tornare a prima del 1983 e rivivere l’incubo delle elezioni anticipate non giova a nessuno, a meno che non piacciano i tempi in cui Renzi andava alle elementari.

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