Prima di andare dentro altre guerre, sarà bene riflettere sull’inutilità della violenza. Anche quella rivoluzionaria. Qualche verifica più attenta ai fenomeni meno significativi del mito 1789 (Haim Burtin, Rivoluzionari, antropologia politica delle rivoluzione francese, ed.Laterza) rivela che davvero rivoluzionario fu il pensiero degli illuministi. La Bastiglia fu il prodotto della mancanza di intelligenza del re e della nobiltà conservatrice, ma il macellaio François Desnot che mise su una picca la testa del direttore della Bastiglia, la prima che aveva mozzato con il suo coltello e che diventò simbolo del nuovo citoyen non è più accettabile. Uno strano autore dell’epoca, di nome Labenette, citava titoli stravaganti e retorici di giornali militanti dell’epoca e nel 1793 scriveva sul Journal de la Savonette rèpubblicaine (!) che ormai la gente si era disgustata di individui che si nominavano l’un l’altro e che avevano “propositi oltraggiosi contro pacifici cittadini senza ambizioni”. I “rivoluzionari” erano diventati dei profittatori, inclinavano al carrierismo e ai favoritismi, crearono la figura dell’estremista e con le lotte tra fazioni degradarono la logica autenticamente rivoluzionaria. Finirono con un altro simbolo, il gendarme Charles-André Merda (!), che arrestò Robespierre e si vantò di avergli sparato (mentre fu un suicidio): ufficiale di Napoleone divenne barone dell’Impero.
Non tolgo importanza alla storia né tanto meno divento negazionista. Solo deploro la stupidità di chi aveva responsabilità e fu incapace di capire i segni dei tempi e di prevenire i guai con le necessarie mediazioni. Soprattutto ritengo che la violenza sia matrice solo di altra violenza e impedisca alle idee che le stavano dietro e indirizzavano al bene del popolo di vincere.

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